L’inquinamento dell’Ilva non si può cancellare

31 maggio 2010 alle 03:47 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

N.B.Valore soglia per la CO2: 100.000 (e non 1000)

ISPRA: dopo i dati sulle emissioni nell’aria, ecco quelli dell’acqua. Ancora una volta la dimostrazione della vera e drammatica realtà ambientale della nostra Taranto

Due settimane fa, pubblicammo i dati “ISPRA” (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) relativi alle emissioni inquinanti nell’aria dell’Ilva S.p.A. Oggi, come promesso giorni fa, torniamo a riproporvi la stessa tabella, ma aggiornata con i dati relativi anche alle emissioni nelle acque. Ricordiamo che i dati oggi in nostro possesso, sono i risultati di un lungo e proficuo carteggio avvenuto tra il comitato “Taranto libera” e appunto l’“ISPRA”. Dati che a tutt’oggi però, ancora non compaiono nel registro europeo E-PRTR on-line. Il registro contiene informazioni sulle emissioni di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo, rilasciate dai complessi industriali in tutta Europa, a prescindere dalla loro attività e grandezza. Come si può notare scorrendo i dati riportati in tabella, anche i dati relativi ad alcune sostanze (non tutte) confermano la presenza di notevoli quantitativi di inquinanti non solo nell’aria, ma anche nell’acqua (scarichi in mare). Tra le altre cose, si resta quanto meno stupiti nel notare, ad esempio, l’assenza del dato relativo al mercurio e al cadmio. Per alcuni composti invece (ad esempio gli IPA) si può osservare (per motivi a noi ignoti) si nota una riduzione dei valori di emissione nell’arco di un solo anno, passando dal 2007 al 2008. Questo però non deve assolutamente trarre in inganno nessuno: tali valori infatti, si discostano comunque in maniera notevole dal valore soglia, che ricordiamo non rappresentare, purtroppo ancora oggi, un limite decretato per legge, aiutato anche dal fatto che, a differenza di quelle europee, le normative a riguardo in Italia sono tutt’altro rigorose. I valori soglia rappresentano comunque un limite importante: si tratta di un “filtro” stabilito a livello europeo per raccogliere i contributi più rilevanti all’inquinamento industriale. Le soglie delle emissioni infatti, sono state pensate per censire le sorgenti di dimensioni maggiori, responsabili (nel loro complesso a livello europeo) di circa il 90% delle emissioni dell’industria europea. Il valore soglia è la capacità relazionabile al massimo inquinamento potenziale in base alla capacità produttiva. Tornando in Italia, precisamente a Taranto, tutti questi ragionamenti si vanno a far benedire. Perché così come per i dati dell’aria, anche per quelli dell’acqua siamo presenti a dati eloquenti, che parlano da soli. Parliamo di numeri ufficiali, incontestabili: che riportano fedelmente la reale situazione dell’inquinamento provocato dall’Ilva, il più grande siderurgico d’Europa, che negli ultimi tempi ha iniziato una campagna pubblicitaria, condita da un’infinità di dati e investimenti pubblicizzati con l’aiuto della stampa e delle televisioni locali (eccezion fatta per “TarantOggi” che ha deciso di restare un giornale libero e per questo non degno di essere invitato nemmeno ad una conferenza stampa come quella di mercoledì scorso nel siderurgico: tanto meglio per noi). E il commento del comitato “Taranto libera” è alquanto amaro in tal senso: “Se in 15 anni l’Ilva ha davvero speso 1 miliardo di euro per la tutela dell’ambiente come sostiene, è evidente che questi interventi si sono rivelati inefficaci. Inoltre, qualunque intervento previsto dall’azienda e finalizzato all’applicazione delle Migliori Tecnologie Disponibili, non potrà mai avere una resa pari al 100%, data l’obsolescenza degli impianti preesistenti”. Inoltre è giusto ricordare che, interventi fatti passare come innovazioni e passi in avanti per migliorare gli impianti, in realtà altro non furono che “prove di fattibilità” per capire come e quanto potessero essere utili alla causa. Due esempi per tutti: l’impianto Urea e quello di depolverazione. Come ricorda giustamente “Taranto libera” “lo stesso CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) nel marzo 2009 presentava il progetto relativo all’impianto all’urea come uno studio riguardante la verifica di fattibilità dell’impianto stesso e non come un impianto che avrebbe con sicurezza garantito un abbattimento delle emissioni di diossine. Lo stesso impianto di depolverazione è in fase di sperimentazione”. L’Ilva però, sin dallo scorso novembre, parla un’altra lingua. Che sa di autorefenzialità, che racconta di un mondo che non esiste, se non nei pensieri, o forse sarebbe meglio dire nei sogni, dei vertici aziendali e di chi, ancora oggi, non lesina di porgere l’altra guancia al mostro che divora, ogni giorno sempre più, il futuro della nostra città. E’ sempre “Taranto libera” a riportarci alla realtà: “A distanza di appena un anno dall’installazione dell’impianto Urea e a pochi mesi dall’impianto di depolverazione, l’Ilva sostiene che c’è stata di fatto una riduzione del 90% del valore delle diossine, emissioni misurate non attraverso un campionamento in continuo (prelievo 24h/24h), ma mediante un monitoraggio (semestrale) articolato in tre misure effettuate in giorni consecutivi con campionamenti di 8 ore (diurne) ciascuna. Quale garanzia sull’effettivo mantenimento del valore di legge nell’arco di un intero anno?” Come detto, ciò che più sconcerta, è che l’Ilva riporta un’infinità di dati che sono tutt’altro che riscontrabili. Aiutata anche da una legge anti-diossina che, giorno dopo giorno, sembra fatta ad hoc per permetterle di affermare questo. Se poi ciò corrisponde alla realtà, non è facilmente documentabile. “L’Ilva ha dichiarato – continua “Taranto libera” – che i nuovi interventi previsti per l’anno 2010 dovrebbero portare ad una riduzione del 50% del benzo(a)pirene e del 30% di benzene. Ma non finisce qui. Nel suo spot inneggiante all’eco-compatibilità, sostiene, inoltre, che gli interventi effettuati negli ultimi due anni hanno portato ad una riduzione del 60% della concentrazione di polveri nei fumi e ad una riduzione dell’80% di SOx. I dati Ispra riportati in tabella non sembrano confermare questi dati: PM10 ed SOx risultano essere costanti dal 2007 al 2008. Avremmo dovuto riscontrare, secondo quanto affermato dall’ilva, ad una abbattimento almeno del 50%. Questi dati ci dicono inoltre che diossine e benzo(a)pirene sono solo due dei composti piu’ pericolosi riversati nell’ambiente”. A molti però sembra essere sfuggito, o forse più semplicemente hanno fatto finta di non accorgersene, ciò che realmente emerge dai tanti spot dell’Ilva: prendendo per veri tutti i numeri dichiarati dal siderurgico infatti, si evince che è la stessa Ilva ad ammettere in sostanza di aver inquinato per decenni, senza peraltro alcun controllo. E i dati ISPRA dell’aria e dell’acqua sono appunto lì a confermarlo. Inoltre è sempre la stessa Ilva a minare alle fondamenta il discorso sull’ecocompatibilità, pensiero intellettual chic assai di moda dalle nostre parti ultimamente. Riprende “Taranto libera”: “Se è vero che l’Ilva in 15 anni ha speso il 25 % degli investimenti complessivi a favore dell’ambiente, contro il 10% medio delle altre aziende siderurgiche europee (che tra l’altro sono già a norma), ottenendo peraltro scarsi risultati, tutto questo non fa che confermare che l’eco-compatibilità non potrà mai essere possibile. La particolare ubicazione del polo siderurgico, che vive a ridosso della città, è inoltre un aspetto trascurato ma di fondamentale importanza, poiché attribuisce al problema connotazione di carattere prima di tutto sanitario. Anche la semplice riduzione delle emissioni infatti, non garantirebbe in nessun modo la salvaguardia della salute umana”. Ma i danni che l’Ilva ha provocato al nostro territorio, ferito e strupato in profondità, non terminano purtroppo qui. Questo perché i vertici del siderurgico, nel loro lungo elencare i tanti interventi svolti, si divertono nell’omettere qualcosa che però non sfugge a chi mastica da tempo i problemi da inquinamento ambientale. Entrando più nello specifico infatti, bisogna sottolineare come il danno più grave per Taranto, è dovuto ad alcuni inquinanti (come PCB, diossine e furani), che trattandosi di sostanze classificate come inquinanti persistenti (POPs), sono molto resistenti alla decomposizione e permangono nell’ambiente per diversi anni. Tali sostanze infatti, oltre a provocare danni immediati alla salute, una volta riversate nell’ambiente, non essendo per nulla biodegradabili, stratificano nei terreni e vi permangono per decenni (fino a 20 anni), compromettendo l’ecosistema ed entrando nella catena alimentare trasportate dalle piogge. Da qui la nota e triste vicenda della masseria Fornaro e dei tanti allevatori tarantini che hanno visto, negli ultimi anni, tutti i loro capi portati al macello perché contaminati da diossina. A seguire, il divieto di pascolo sino a 20 km dalla zona industriale, imposto dalla Regione nello scorso febbraio. Da qui partono una sequela di domande, che al momento restano purtroppo senza risposta. “I metalli riversati nell’aria, nell’acqua e nel suolo – riprende “Taranto libera” – sono altamente tossici e sono stati rivelati superamenti di tali inquinanti anche nelle falde acquifere profonde (Progetto risanamento Tamburi, dicembre 2009). Come è possibile parlare di eco-compatibilità se una bomba chimica giace da decenni sotto i piedi dell’Ilva? E l’Ilva quanto ha speso in termini di bonifica e risanamento? Quanto deve a questa città in termini di risarcimento per inquinamento ambientale? Quanto l’Ilva si preoccupa dei danni alla salute provocati ai suoi dipendenti e agli abitanti di Statte e del quartiere Tamburi? L’Ilva si preoccupa delle polveri fini e ultrafini che veicolano ogni sorta di inquinante e che risultano essere le piu’ nocive (oltre i 7 μm: cavità orale e nasale fino a 7 μm: laringe fino a 4,7 μm: trachea e bronchi primari fino a 3,3 μm: bronchi secondari fino a 2,1 μm: bronchi terminali fino a 1,1 μm: alveoli polmonari), poiché difficilmente filtrabili? Oppure anche questa volta si limiterà a dire: non esistono limiti di legge”. Ma le leggi nazionali e quella regionale, paradossalmente ma mica poi tanto, tutelano chi inquina. Ma non volendo dare l’impressione di essere troppo chiusi, portiamo a sostegno della nostra tesi, il progetto di risanamento del quartiere Tamburi commissionato dal Comune di Taranto e sottoscritto nel dicembre 2009 dall’Ing.T. Farenga, nel quale si legge: “Gli stabilimenti produttivi presenti, tra cui gli impianti dell’Ilva, emettono oltre 23,4 mln di tonnellate di CO2 (nel 2006 +26% rispetto al 2002) e Taranto costituisce un caso nazionale eclatante per le emissioni contenenti diossina: sono stati registrati valori 93 volte più elevati del limite (+28,2% tra il 2002-2006)”. Ma c’è un precedente che lascia ben sperare,o che quanto meno ci insegna che vincere è ancora possibile. Vincere non per noi, ma quanto per regalare ai nostri figli una città vivibile, un futuro migliore. Ce lo ricorda ancora “Taranto libera”: “A Genova nel 2002 furono chiuse le cokerie per il loro impatto sulla salute, in particolare nel quartiere di Cornigliano. Uno studio epidemiologico ha evidenziato una relazione tra polveri respirabili (diametro inferiore od uguale a 10 micron o PM10) emesse dagli impianti siderurgici ed effetti sulla salute. Lo studio epidemiologico attesta che nel quartiere di Cornigliano nel periodo 1988-2001, la mortalità complessiva negli uomini e nelle donne risulta costantemente superiore al resto di Genova. Nel luglio 2005 e’ stato spento anche l’altoforno numero 2 dello stabilimento di Cornigliano, concludendo così l’era della siderurgia a caldo a Genova, con notevole abbattimento dell’inquinamento”. Taranto, in termini di mortalità e di inquinamento, non è certamente da meno rispetto a Genova. Tutt’altro. E dopo la visione completa dei dati dell’ISPRA sull’aria e sull’acqua, non possiamo che sposare in pieno il pensiero finale del comitato “Taranto libera”. “Lo spot pro-ecocompatibilità made in Ilva, francamente, non ci convince affatto”.

‘TarantOggi’ – sabato 29 maggio- Gianmario Leone


Dialogo? No, grazie!

L’Ilva ha deciso di sedersi ufficialmente al tavolo dove si gioca il futuro prossimo di Taranto. Lo ha fatto attraverso una discesa in campo rumorosa, che ha come unico fine quello di sbaragliare le carte dei suoi avversari, per continuare a vincere a mani basse. Ovviamente, senza rispettare le regole del gioco. O provando ad intimorire gli altri giocatori, mostrando i muscoli e facendo la voce grossa. Usando una strategia della tensione oramai nota a tutti. Ma che purtroppo, ancora oggi, trova diverse sponde a tanti livelli diversi. Il piano è sin troppo chiaro: nel giro di una settimana ben 600 operai in cassa integrazione. La scure del ricatto occupazionale che si riabbatte senza scrupoli, su una città e una provincia attanagliata da una crisi che registra ben 70.000 disoccupati. Nello stesso tempo però, viene indetta una conferenza stampa aperta a tutti (tranne che a TarantOggi), dove vengono illustrati tutti gli investimenti e le migliorie che l’azienda avrebbe apportato per ridurre l’inquinamento ambientale. Cifre da capogiro, milioni di euro spesi, riduzioni drastiche di diossina al limite dell’incredibile: il tutto però, senza uno straccio di foglio che possa dimostrare la veridicità di quanto dichiarato. Un’autoreferenzialità fastidiosa e urticante, che contiene un unico messaggio deviante e fuorviante al tempo stesso: l’Ilva ha fatto e sta facendo tutto il possibile per migliorare l’attuale situazione, proprio perché da Taranto non abbiamo intenzione di andare via. Infine, la terza ed ultima mossa, amaramente riuscita: l’invasione tramite pubblicità, sia sui giornali locali (eccezion fatta sempre per TarantOggi) che sulle emittenti televisive, dove le voci dell’azienda e di una suadente annunciatrice, illustrano quanto è buona mamma Ilva. E quanto può essere eco-compatibile con la vita di Taranto e dei tarantini. I dati dell’ISPRA però, dicono tutt’altro. Un piano, quello dell’Ilva, che in economia così come in politica, viene adottato da chi sente pian piano venire meno le certezze di un impero che dura da sempre. E che nessuno mai ha provato a mettere in discussione. Anzi. Perché l’arroganza di chi oggi mostra un sorriso diabolico, noi non l’abbiamo dimenticata. Novembre 2009, Emilio Riva ai microfoni dei giornalisti dichiarò: “A Taranto non esiste nessun problema o emergenza legata al tumore. E’ tutto un’invenzione di alcuni giornalisti e del mondo ambientalista”. Così come non abbiamo dimenticato decenni di inquinamento selvaggio che hanno stravolto un intero territorio. Né abbiamo dimenticato, perché portiamo i segni del dolore e delle sue cicatrici ben impresse nei nostri cuori e nelle nostre menti, oltre 40.00 morti per tumore e altre malattie riconducibili all’inquinamento. Non abbiamo dimenticato. Ma soprattutto, non abbiamo smesso di sognare una Taranto diversa. Una città senza veleni e senza inquinamento. Un mare e un cielo di uno stesso colore che si incontrano all’orizzonte nei nostri splendidi tramonti. Per noi un’altra Taranto è possibile. Perché i nostri sogni non sono e continueranno a non essere in vendita.

G.L.

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Io ho un sogno

30 maggio 2010 alle 01:06 | Pubblicato su Pensieri e note | Lascia un commento

Abbiamo raccolto le opinioni che i cittadini ci hanno lasciato in occasione della nostra partecipazione all’evento ‘L’invasione di Nostra Signora Art’ del 22-23 maggio 2010.

Cliccate sulla foto qui sopra e si aprirà un file con le vostre testimonianze.

Settimanale Carta: le emissioni inquinanti dell’Ilva di Taranto

22 maggio 2010 alle 15:25 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

Venerdì 21 maggio è uscito il numero settimanale di “Carta”  all’interno del quale c’è un lungo articolo sulle emissioni inquinanti dell’Ilva di Taranto, relative agli anni 2007 e 2008, sulla base dei dati forniti dall’ISPRA (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Sono dati inconfutabili e di fondamentale importanza. L’articolo è di Gianmario Leone (TarantOggi) e i dati sono quelli forniti da ‘Taranto libera’.

Chi ha paura del referendum?

21 maggio 2010 alle 04:56 | Pubblicato su Comunicati stampa | 4 commenti
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Intervento di Taranto libera: “Sarà la città a decidere per il sì o per il no!”

Riceviamo e pubblichiamo un interessante intervento del comitato “Taranto libera” sul dibattito creatosi intorno alla questione del referendum consultivo del prossimo dicembre. Nel mese di gennaio 2010 presentavamo al TarantOggi la nascita del Comitato‘Taranto libera’ proprio con l’intento di annunciare la nostra battaglia per contrastare l’inquinamento e per sostenere la riconversione industriale. Oggi il comitato ”Taranto libera” si rende conto che ai tradizionali ‘nemici’, ossia coloro che inquinano e coloro che permettono che questo avvenga, si deve aggiungere anche chi si oppone all’opera di tutti coloro i quali hanno a cuore le sorti della propria città. Uno fra questi è il Sig. Walter Scotti l’anti-ambientalista per eccellenza, il paladino di quei presunti 20 mila operai che si vedrebbero gettati nel baratro della disoccupazione se solo vincesse il ‘si’ quando i cittadini, mediante un referendum consultivo, saranno chiamati alle urne per esprimere il loro parere riguardo all’ingombrante e nefasta presenza dell’Ilva nella città. Francamente questa spasmodica e ciclica volontà di indebolire le posizioni del referendum ci appare molto sospetta. Sì, perché il signor Scotti, non appena, ne ravvede la necessità, interviene con la solita solfa, quella dei 20 mila operai pronti a scendere in piazza, iracondi e vendicativi quasi fossero dei trogloditi. Ebbene, diciamo al signor Scotti che noi di ‘Taranto libera’ abbiamo un’opinione ben più rispettosa dei cittadini e degli operai di Taranto e Provincia; questi ultimi poi, nel corso dei banchetti per la raccolta firme, già pronti a firmare, documento di identità alla mano, si congedavano delusi invitando (in verità quasi rimproverando) il comitato promotore ‘Taranto Futura’ ad estendere il referendum alla provincia. Con queste persone noi ‘Referendari’, come gli organi di informazione amano definirci, abbiamo avuto modo di interagire. Fortunatamente il numero di cittadini consapevoli ed informati in merito al referendum e ai 3 quesiti referendari, sono in costante crescita, tanto che, molti di loro, non appena tentavamo di fornire delucidazioni in merito alle 3 firme apposte, ci interrompevano così: ‘’Sì, sì, sappiamo già tutto, conosciamo i quesiti”. Altri ancora firmavano anche solo per avere sentito parlare di ‘’chiusura dell’Ilva”, e noi pronti a fornire dettagli e a fare puntualizzazioni in merito. Allora, chi ha davvero paura del referendum consultivo? Il fatto è che chi ne ha paura è consapevole che la possibilità che vinca il ‘’si” è estremamente elevata. Ma perché aver paura di un referendum consultivo e quindi della volontà dei cittadini? Il referendum è stato proposto, ma mentre i Referendari, serenamente continuano il proprio diligente lavoro di ‘informazione’ e raccolta firme, taluni soggetti si preoccupano invece di scoraggiare, delegittimare e raccontare vere e proprie menzogne, infischiandosene altamente di cosa pensa realmente la città, libera da ogni forma di condizionamento, più o meno velatamente, incentrato sul ricatto occupazionale. Una vera e propria opera di disinformazione, come di recente abbiamo potuto constatare nel corso di una trasmissione andata in onda su una nota emittente locale (BlustarTV) con ospiti in studio: Calabrese ex-Consigliere provinciale e ora Presidente dell’Ass. La Bottega delle idee, Salinaro ex-consigliere regionale, non rieletto, e Cesareo di Assindustria. Mancavano proprio i Referendari, incredibile ma vero! Ma crediamo nella buona fede di tutti coloro i quali non avendo ancora ben chiare le idee su questo referendum, senza alcun pregiudizio, ci pongono interrogativi. Ed è per questo che intendiamo informarli, proprio in questa sede, con un ‘’Botta e risposta” autogestito.

1.Cos’è un referendum consultivo? Il referendum è uno strumento di democrazia diretta mediante il quale si chiama una cittadinanza a fornire il proprio parere su un tema di interesse comune. L´inquinamento ambientale perpetrato nella città di Taranto ad opera di diverse industrie pesanti e che ha avuto ed ancora ha indiscusse ripercussioni sulla salute dei cittadini e dei lavoratori, è senza dubbio un tema di interesse comune. Se da un lato la natura consultiva del referendum non obbliga giuridicamente le Istituzioni a mobilitarsi per rispettare la volontà di un’intera cittadinanza, li obbliga però moralmente, civilmente e costituzionalmente a non ignorarla.

2.Perchè proprio l’Ilva? Cominciamo con l’Ilva perché emette (come i recenti dati ISPRA confermano) le proprie emissioni in maniera estesa su un territorio che è due volte e mezzo la città di Taranto, e perché questo si ripercuote sulla salute dei tarantini e dei lavoratori.

3.Perchè sosteniamo il referendum? Taranto libera sostiene il referendum consultivo per la chiusura anche della sola area a caldo dell´Ilva non in virtù di uno specifico ed univoco accanimento nei confronti dello stabilimento in questione ma solo in virtù della consapevolezza di trovarsi di fronte ad un’importante e storica opportunità: il diritto di riappropriarsi della facoltà di esprimersi nei confronti di una problematica che per decenni ha visto tristemente protagonisti i cittadini di Taranto (e dell´intera provincia).

4. Se vince il ”si” cosa succede? Decidere per la chiusura dell´Ilva, anche della sola area a caldo, non significa bloccare istantaneamente l´economia di un’intera città. Ad esempio, se oggi voto ‘’si”, il giorno dopo non mando a casa 13000 operai. Decidere per la chiusura dell´Ilva significa decidere di fissare un concetto: vogliamo un futuro diverso per Taranto, perché non vogliamo ammalarci per lavorare. Le Istituzioni comunale, regionale, nazionale e internazionale, congiuntamente con la classe imprenditoriale devono farsi carico di questo processo ed avviare un sacrosanto percorso di programmazione che includa il risarcimento danni, la graduale riconversione industriale con necessaria diversificazione delle attività economiche non inquinanti (e la lista è interminabile) da collocare in aree diverse del territorio tarantino, successiva chiusura delle attività inquinanti e bonifica dei territori. Il problema non è l’alternativa ma la mancanza di volontà politica a progettarla proprio perché non viene data voce al popolo, allora è il caso che i cittadini smuovano questa situazione di stallo. Il referendum può essere un’occasione unica per questo.

5.E i lavoratori che fine fanno? Semplicemente continueranno a lavorare proprio perché non si creerà discontinuità.

6.Se invece vince il ‘’no”? Non ci fermeremmo, nonostante le prevedibili strumentalizzazioni che potrebbero scaturire da un risultato del genere. In questo caso, saremmo ulteriormente incoraggiati a proseguire, con maggiore forza, la nostra opera di sensibilizzazione volta a sostenere la riconversione industriale e l’eliminazione delle industrie inquinanti dalla città di Taranto. Il nostro interesse, che è poi l’interesse di ogni cittadino di buon senso, è la tutela della salute e del lavoro. D’ora in avanti ogni attacco rivolto al comitato promotore ‘’Taranto futura” sarà un attacco rivolto ai ‘’Referendari” un folto e compatto gruppo composto da comitati, associazioni e cittadini che credono nel Referendum.

‘TarantOggi’ – 21 maggio 2010

Ecco i dati Ispra sull’Ilva

11 maggio 2010 alle 13:41 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | 4 commenti

N.B.Valore soglia per la CO2: 100.000 (e non 1000)

Il siderurgico tarantino sfora tutti i valori soglia relativi alle emissioni inquinanti

Lo scorso febbraio denunciammo grazie alla segnalazione del comitato cittadino “Taranto libera”, come nel registro europeo sulle emissioni degli impianti industriali in Europa, mancassero i dati relativi alle emissioni provenienti dall’Ilva di Taranto. Il comitato “Taranto libera”, ritenne opportuno segnalare la mancanza dei dati dopo aver contattato, nel mese di gennaio, l’Agenzia europea a Bruxelles, la quale aveva riferito che attendevano dalle autorità italiane i dati relativi alle emissioni prodotte dall’Ilva, nel periodo 2007-2008, per il mese di marzo. A tutt’oggi però, il registro europeo E-PRTR on-line, ne è ancora privo. E’ inoltre giusto ricordare come la Commissione Europea e l’Agenzia europea dell’ambiente, inaugurarono nello scorso novembre, un nuovo registro integrato delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (EPRTR). Il registro contiene informazioni sulle emissioni di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo, rilasciate dai complessi industriali in tutta Europa, a prescindere dalla loro attività e grandezza. Vi figurano i dati annuali relativi a 91 sostanze e ad oltre 24.000 complessi operanti in 65 attività economiche. Vi si trovano anche altre informazioni, come la quantità e il tipo di rifiuti

trasferiti negli impianti preposti al loro trattamento, sia all’interno che al di fuori di ciascun paese. Oggi però, finalmente, possiamo fornirvi quei dati. E, purtroppo, non sarà affatto una lettura piacevole. I dati oggi in nostro possesso, sono venuti fuori dopo un continuo scambio di mail tra il comitato “Taranto libera” e “ISPRA” (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), e forniscono importanti indicazioni sui primi dati ancora in fase di validazione, ma che testimoniano ancora una volta, se mai ce ne fosse davvero bisogno, del gentile “contributo” dato dall’Ilva all’innalzamento dei livelli di inquinamento a livello locale, nazionale ed europeo. Al momento pubblicheremo solo i dati relativi all’inquinamento dell’aria, ma sono in nostro possesso anche quelli relativi all’inquinamento dell’acqua, che forniremo nei prossimi giorni. Dunque, analizzando la tabella dei dati, possiamo notare ad occhio nudo, come i valori soglia, che ricordiamo rappresentano il “filtro” stabilito a livello europeo per raccogliere i contributi più rilevanti all’inquinamento industriale, vengono superati in maniera impressionante dalle emissioni dell’Ilva. Le soglie delle emissioni, infatti, sono state pensate per censire le sorgenti di dimensioni maggiori, responsabili (nel loro complesso a livello europeo) di circa il 90% delle emissioni dell’industria europea. Questo è dunque l’obiettivo perseguito dalla Commissione attraverso l’introduzione delle soglie, contestualmente all’istituzione dei registri E-PRTR. Il valore soglia è la capacità relazionabile al massimo inquinamento potenziale in base alla capacità produttiva. Riguardo ai criteri di dichiarazione (si tratta di una specie di autocertificazione da parte dell’azienda), l’obbligo di riportare tutte le sostanze o gruppi di sostanze presenti nel regolamento, interviene solo con il superamento del valore soglia. I dati mostrati nella tabella (che si riferiscono solo ad alcune sostanze), offrono un quadro allarmante, per usare un eufemismo, sul quantitativo di sostanze inquinanti riversate in aria da Ilva stabilimento di Taranto. Nel corso della raccolta delle informazioni, “Taranto libera” ha anche contestato all’ISPRA l’assenza nel nuovo regolamento, del riferimento dei quantitativi di benzo(a)pirene e di cromoVI, previsti invece nella dichiarazione INES (allegato al DM 23.11.2001) successivamente sostituita dal Regolamento (CE) n.166/2006. Di fronte a tale constatazione, l’ISPRA ha semplicemente risposto che “La richiesta dei dati relativi al benzo(a)pirene era prevista come eventuale informazione aggiuntiva che il gestore comunicava nelle note”. Questa risposta lascia alquanto stupiti, visto che proprio sullo sforamento dei livelli di benzo(a)pirene, negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare anche in toni allarmistici, a partire tra l’altro da Arpa Puglia, per proseguire con le denunce allarmistiche di altre associazioni ambientaliste tarantine. In tutto questo, c’è almeno da guardare con ottimismo, se così possiamo definirlo, l’abbassamento dei valori soglia relativi a diossine e furani (complessivi) e PCB, che sono stati ridotti (da 1 a 0.1 g/anno) e questo è invece un aspetto positivo, un miglioramento rispetto al precedente registro. Alla luce dei dati forniti, “Taranto libera” “invita le istituzioni e la magistratura ad assumere una posizione ben piu’ netta e rigorosa nei confronti delle aziende presenti sul nostro territorio. I cittadini, le associazioni e i comitati non tollerano piu’ posizioni blande e chiedono alla Pubblica Amministrazione di procedere immediatamente ad una quantificazione del danno subito dall’intera città”. Come dargli torto?

TarantOggi – 11 maggio 2010 – Gianmario Leone


ECCO CHI INQUINA!

Numeri inquietanti, incontrovertibili. Che non lasciano spazio a dubbi su cosa realmente combina l’Ilva di Taranto, nel suo lavoro giornaliero di inquinamento e avvelenamento della nostra città. I dati ISRPA relativi al 2007 e al 2008, parlano chiaro: siamo di fronte ad una marea di emissioni di vari tipi di inquinanti, dalle dimensioni impressionanti. E parliamo solamente di inquinamento dell’aria. Per fortuna la matematica non è un’opinione, anche se in questo caso avremmo tanto voluto fare un’eccezione. E invece basta fare un piccolo e semplice raffronto, per capire di cosa stiamo parlando. Dove per l’Unione Europea il valore soglia dovrebbe essere 0,1 (gr/anno) per le diossine (PCDD) + furani (PCDF), l’Ilva risponde con un “semplice” 97. Dove per il PM10 il valore soglia prevede 50 (tonn./anno), l’Ilva “rilancia” con un 3.378,4! Dove per il Monossido di carbonio (CO) si dovrebbe rientrare nelle 500 (tonn./anno), “voliamo” sulle 247.544,3! Infine dove per il Biossido di carbonio (CO2) c’è un margine di 100.000 (tonn./anno), l’Ilva sceglie di mostrare i muscoli ed esagerare con un inquietante 10.731.887!!! Ora. Tornando indietro con la mente a qualche giorno fa, esattamente a giovedì scorso quando il sindaco Stefàno si poneva, attorniato dall’intera giunta, domande esistenziali del tipo “chi ha inquinato in questa città? E quanto? Ci sono stati dei ritardi”, possiamo finalmente dire di avere una risposta. Parziale certo (se immaginiamo “l’aiuto” che Eni, Cementir e inceneritore danno all’Ilva vengono i brividi”), ma indiscutibile. Da oggi in poi, nessuno potrà più usare frasi del tipo “non sapevo, non credevo”, scegliendo di restare in un limbo dove l’unica cosa certa, è che Taranto continua ad essere avvelenata e i tarantini continuano a morire. E speriamo tanto che anche il presidente della Regione Nichi Vendola, che tanto ha osannato nell’ultimo anno la sua famosa “legge anti-diossina”, grazie alla quale ha anche vinto le ultime elezioni, possa rendersi conto che qui a Taranto, siamo al di fuori di ogni logica di finta “eco-compatibilità” industriale o di qualsivoglia altro “aggiustamento, ammodernamento” degli impianti. Questi numeri così freddi, ma che hanno la forza di parlare molto più chiaramente della nostra classe politica e non solo, ci dicono ancora una cosa: che da oggi, qualora continueremo a percorrere la strada dell’impunità e della negligenza, saremo tutti colpevoli, tutti conniventi. Nessuno escluso. Signori, diamoci una mossa. Questa è Taranto!

TarantOggi – 11 maggio 2010 – Gianmario Leone

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