L’inquinamento dell’Ilva non si può cancellare

31 maggio 2010 alle 03:47 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

N.B.Valore soglia per la CO2: 100.000 (e non 1000)

ISPRA: dopo i dati sulle emissioni nell’aria, ecco quelli dell’acqua. Ancora una volta la dimostrazione della vera e drammatica realtà ambientale della nostra Taranto

Due settimane fa, pubblicammo i dati “ISPRA” (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) relativi alle emissioni inquinanti nell’aria dell’Ilva S.p.A. Oggi, come promesso giorni fa, torniamo a riproporvi la stessa tabella, ma aggiornata con i dati relativi anche alle emissioni nelle acque. Ricordiamo che i dati oggi in nostro possesso, sono i risultati di un lungo e proficuo carteggio avvenuto tra il comitato “Taranto libera” e appunto l’“ISPRA”. Dati che a tutt’oggi però, ancora non compaiono nel registro europeo E-PRTR on-line. Il registro contiene informazioni sulle emissioni di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo, rilasciate dai complessi industriali in tutta Europa, a prescindere dalla loro attività e grandezza. Come si può notare scorrendo i dati riportati in tabella, anche i dati relativi ad alcune sostanze (non tutte) confermano la presenza di notevoli quantitativi di inquinanti non solo nell’aria, ma anche nell’acqua (scarichi in mare). Tra le altre cose, si resta quanto meno stupiti nel notare, ad esempio, l’assenza del dato relativo al mercurio e al cadmio. Per alcuni composti invece (ad esempio gli IPA) si può osservare (per motivi a noi ignoti) si nota una riduzione dei valori di emissione nell’arco di un solo anno, passando dal 2007 al 2008. Questo però non deve assolutamente trarre in inganno nessuno: tali valori infatti, si discostano comunque in maniera notevole dal valore soglia, che ricordiamo non rappresentare, purtroppo ancora oggi, un limite decretato per legge, aiutato anche dal fatto che, a differenza di quelle europee, le normative a riguardo in Italia sono tutt’altro rigorose. I valori soglia rappresentano comunque un limite importante: si tratta di un “filtro” stabilito a livello europeo per raccogliere i contributi più rilevanti all’inquinamento industriale. Le soglie delle emissioni infatti, sono state pensate per censire le sorgenti di dimensioni maggiori, responsabili (nel loro complesso a livello europeo) di circa il 90% delle emissioni dell’industria europea. Il valore soglia è la capacità relazionabile al massimo inquinamento potenziale in base alla capacità produttiva. Tornando in Italia, precisamente a Taranto, tutti questi ragionamenti si vanno a far benedire. Perché così come per i dati dell’aria, anche per quelli dell’acqua siamo presenti a dati eloquenti, che parlano da soli. Parliamo di numeri ufficiali, incontestabili: che riportano fedelmente la reale situazione dell’inquinamento provocato dall’Ilva, il più grande siderurgico d’Europa, che negli ultimi tempi ha iniziato una campagna pubblicitaria, condita da un’infinità di dati e investimenti pubblicizzati con l’aiuto della stampa e delle televisioni locali (eccezion fatta per “TarantOggi” che ha deciso di restare un giornale libero e per questo non degno di essere invitato nemmeno ad una conferenza stampa come quella di mercoledì scorso nel siderurgico: tanto meglio per noi). E il commento del comitato “Taranto libera” è alquanto amaro in tal senso: “Se in 15 anni l’Ilva ha davvero speso 1 miliardo di euro per la tutela dell’ambiente come sostiene, è evidente che questi interventi si sono rivelati inefficaci. Inoltre, qualunque intervento previsto dall’azienda e finalizzato all’applicazione delle Migliori Tecnologie Disponibili, non potrà mai avere una resa pari al 100%, data l’obsolescenza degli impianti preesistenti”. Inoltre è giusto ricordare che, interventi fatti passare come innovazioni e passi in avanti per migliorare gli impianti, in realtà altro non furono che “prove di fattibilità” per capire come e quanto potessero essere utili alla causa. Due esempi per tutti: l’impianto Urea e quello di depolverazione. Come ricorda giustamente “Taranto libera” “lo stesso CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) nel marzo 2009 presentava il progetto relativo all’impianto all’urea come uno studio riguardante la verifica di fattibilità dell’impianto stesso e non come un impianto che avrebbe con sicurezza garantito un abbattimento delle emissioni di diossine. Lo stesso impianto di depolverazione è in fase di sperimentazione”. L’Ilva però, sin dallo scorso novembre, parla un’altra lingua. Che sa di autorefenzialità, che racconta di un mondo che non esiste, se non nei pensieri, o forse sarebbe meglio dire nei sogni, dei vertici aziendali e di chi, ancora oggi, non lesina di porgere l’altra guancia al mostro che divora, ogni giorno sempre più, il futuro della nostra città. E’ sempre “Taranto libera” a riportarci alla realtà: “A distanza di appena un anno dall’installazione dell’impianto Urea e a pochi mesi dall’impianto di depolverazione, l’Ilva sostiene che c’è stata di fatto una riduzione del 90% del valore delle diossine, emissioni misurate non attraverso un campionamento in continuo (prelievo 24h/24h), ma mediante un monitoraggio (semestrale) articolato in tre misure effettuate in giorni consecutivi con campionamenti di 8 ore (diurne) ciascuna. Quale garanzia sull’effettivo mantenimento del valore di legge nell’arco di un intero anno?” Come detto, ciò che più sconcerta, è che l’Ilva riporta un’infinità di dati che sono tutt’altro che riscontrabili. Aiutata anche da una legge anti-diossina che, giorno dopo giorno, sembra fatta ad hoc per permetterle di affermare questo. Se poi ciò corrisponde alla realtà, non è facilmente documentabile. “L’Ilva ha dichiarato – continua “Taranto libera” – che i nuovi interventi previsti per l’anno 2010 dovrebbero portare ad una riduzione del 50% del benzo(a)pirene e del 30% di benzene. Ma non finisce qui. Nel suo spot inneggiante all’eco-compatibilità, sostiene, inoltre, che gli interventi effettuati negli ultimi due anni hanno portato ad una riduzione del 60% della concentrazione di polveri nei fumi e ad una riduzione dell’80% di SOx. I dati Ispra riportati in tabella non sembrano confermare questi dati: PM10 ed SOx risultano essere costanti dal 2007 al 2008. Avremmo dovuto riscontrare, secondo quanto affermato dall’ilva, ad una abbattimento almeno del 50%. Questi dati ci dicono inoltre che diossine e benzo(a)pirene sono solo due dei composti piu’ pericolosi riversati nell’ambiente”. A molti però sembra essere sfuggito, o forse più semplicemente hanno fatto finta di non accorgersene, ciò che realmente emerge dai tanti spot dell’Ilva: prendendo per veri tutti i numeri dichiarati dal siderurgico infatti, si evince che è la stessa Ilva ad ammettere in sostanza di aver inquinato per decenni, senza peraltro alcun controllo. E i dati ISPRA dell’aria e dell’acqua sono appunto lì a confermarlo. Inoltre è sempre la stessa Ilva a minare alle fondamenta il discorso sull’ecocompatibilità, pensiero intellettual chic assai di moda dalle nostre parti ultimamente. Riprende “Taranto libera”: “Se è vero che l’Ilva in 15 anni ha speso il 25 % degli investimenti complessivi a favore dell’ambiente, contro il 10% medio delle altre aziende siderurgiche europee (che tra l’altro sono già a norma), ottenendo peraltro scarsi risultati, tutto questo non fa che confermare che l’eco-compatibilità non potrà mai essere possibile. La particolare ubicazione del polo siderurgico, che vive a ridosso della città, è inoltre un aspetto trascurato ma di fondamentale importanza, poiché attribuisce al problema connotazione di carattere prima di tutto sanitario. Anche la semplice riduzione delle emissioni infatti, non garantirebbe in nessun modo la salvaguardia della salute umana”. Ma i danni che l’Ilva ha provocato al nostro territorio, ferito e strupato in profondità, non terminano purtroppo qui. Questo perché i vertici del siderurgico, nel loro lungo elencare i tanti interventi svolti, si divertono nell’omettere qualcosa che però non sfugge a chi mastica da tempo i problemi da inquinamento ambientale. Entrando più nello specifico infatti, bisogna sottolineare come il danno più grave per Taranto, è dovuto ad alcuni inquinanti (come PCB, diossine e furani), che trattandosi di sostanze classificate come inquinanti persistenti (POPs), sono molto resistenti alla decomposizione e permangono nell’ambiente per diversi anni. Tali sostanze infatti, oltre a provocare danni immediati alla salute, una volta riversate nell’ambiente, non essendo per nulla biodegradabili, stratificano nei terreni e vi permangono per decenni (fino a 20 anni), compromettendo l’ecosistema ed entrando nella catena alimentare trasportate dalle piogge. Da qui la nota e triste vicenda della masseria Fornaro e dei tanti allevatori tarantini che hanno visto, negli ultimi anni, tutti i loro capi portati al macello perché contaminati da diossina. A seguire, il divieto di pascolo sino a 20 km dalla zona industriale, imposto dalla Regione nello scorso febbraio. Da qui partono una sequela di domande, che al momento restano purtroppo senza risposta. “I metalli riversati nell’aria, nell’acqua e nel suolo – riprende “Taranto libera” – sono altamente tossici e sono stati rivelati superamenti di tali inquinanti anche nelle falde acquifere profonde (Progetto risanamento Tamburi, dicembre 2009). Come è possibile parlare di eco-compatibilità se una bomba chimica giace da decenni sotto i piedi dell’Ilva? E l’Ilva quanto ha speso in termini di bonifica e risanamento? Quanto deve a questa città in termini di risarcimento per inquinamento ambientale? Quanto l’Ilva si preoccupa dei danni alla salute provocati ai suoi dipendenti e agli abitanti di Statte e del quartiere Tamburi? L’Ilva si preoccupa delle polveri fini e ultrafini che veicolano ogni sorta di inquinante e che risultano essere le piu’ nocive (oltre i 7 μm: cavità orale e nasale fino a 7 μm: laringe fino a 4,7 μm: trachea e bronchi primari fino a 3,3 μm: bronchi secondari fino a 2,1 μm: bronchi terminali fino a 1,1 μm: alveoli polmonari), poiché difficilmente filtrabili? Oppure anche questa volta si limiterà a dire: non esistono limiti di legge”. Ma le leggi nazionali e quella regionale, paradossalmente ma mica poi tanto, tutelano chi inquina. Ma non volendo dare l’impressione di essere troppo chiusi, portiamo a sostegno della nostra tesi, il progetto di risanamento del quartiere Tamburi commissionato dal Comune di Taranto e sottoscritto nel dicembre 2009 dall’Ing.T. Farenga, nel quale si legge: “Gli stabilimenti produttivi presenti, tra cui gli impianti dell’Ilva, emettono oltre 23,4 mln di tonnellate di CO2 (nel 2006 +26% rispetto al 2002) e Taranto costituisce un caso nazionale eclatante per le emissioni contenenti diossina: sono stati registrati valori 93 volte più elevati del limite (+28,2% tra il 2002-2006)”. Ma c’è un precedente che lascia ben sperare,o che quanto meno ci insegna che vincere è ancora possibile. Vincere non per noi, ma quanto per regalare ai nostri figli una città vivibile, un futuro migliore. Ce lo ricorda ancora “Taranto libera”: “A Genova nel 2002 furono chiuse le cokerie per il loro impatto sulla salute, in particolare nel quartiere di Cornigliano. Uno studio epidemiologico ha evidenziato una relazione tra polveri respirabili (diametro inferiore od uguale a 10 micron o PM10) emesse dagli impianti siderurgici ed effetti sulla salute. Lo studio epidemiologico attesta che nel quartiere di Cornigliano nel periodo 1988-2001, la mortalità complessiva negli uomini e nelle donne risulta costantemente superiore al resto di Genova. Nel luglio 2005 e’ stato spento anche l’altoforno numero 2 dello stabilimento di Cornigliano, concludendo così l’era della siderurgia a caldo a Genova, con notevole abbattimento dell’inquinamento”. Taranto, in termini di mortalità e di inquinamento, non è certamente da meno rispetto a Genova. Tutt’altro. E dopo la visione completa dei dati dell’ISPRA sull’aria e sull’acqua, non possiamo che sposare in pieno il pensiero finale del comitato “Taranto libera”. “Lo spot pro-ecocompatibilità made in Ilva, francamente, non ci convince affatto”.

‘TarantOggi’ – sabato 29 maggio- Gianmario Leone


Dialogo? No, grazie!

L’Ilva ha deciso di sedersi ufficialmente al tavolo dove si gioca il futuro prossimo di Taranto. Lo ha fatto attraverso una discesa in campo rumorosa, che ha come unico fine quello di sbaragliare le carte dei suoi avversari, per continuare a vincere a mani basse. Ovviamente, senza rispettare le regole del gioco. O provando ad intimorire gli altri giocatori, mostrando i muscoli e facendo la voce grossa. Usando una strategia della tensione oramai nota a tutti. Ma che purtroppo, ancora oggi, trova diverse sponde a tanti livelli diversi. Il piano è sin troppo chiaro: nel giro di una settimana ben 600 operai in cassa integrazione. La scure del ricatto occupazionale che si riabbatte senza scrupoli, su una città e una provincia attanagliata da una crisi che registra ben 70.000 disoccupati. Nello stesso tempo però, viene indetta una conferenza stampa aperta a tutti (tranne che a TarantOggi), dove vengono illustrati tutti gli investimenti e le migliorie che l’azienda avrebbe apportato per ridurre l’inquinamento ambientale. Cifre da capogiro, milioni di euro spesi, riduzioni drastiche di diossina al limite dell’incredibile: il tutto però, senza uno straccio di foglio che possa dimostrare la veridicità di quanto dichiarato. Un’autoreferenzialità fastidiosa e urticante, che contiene un unico messaggio deviante e fuorviante al tempo stesso: l’Ilva ha fatto e sta facendo tutto il possibile per migliorare l’attuale situazione, proprio perché da Taranto non abbiamo intenzione di andare via. Infine, la terza ed ultima mossa, amaramente riuscita: l’invasione tramite pubblicità, sia sui giornali locali (eccezion fatta sempre per TarantOggi) che sulle emittenti televisive, dove le voci dell’azienda e di una suadente annunciatrice, illustrano quanto è buona mamma Ilva. E quanto può essere eco-compatibile con la vita di Taranto e dei tarantini. I dati dell’ISPRA però, dicono tutt’altro. Un piano, quello dell’Ilva, che in economia così come in politica, viene adottato da chi sente pian piano venire meno le certezze di un impero che dura da sempre. E che nessuno mai ha provato a mettere in discussione. Anzi. Perché l’arroganza di chi oggi mostra un sorriso diabolico, noi non l’abbiamo dimenticata. Novembre 2009, Emilio Riva ai microfoni dei giornalisti dichiarò: “A Taranto non esiste nessun problema o emergenza legata al tumore. E’ tutto un’invenzione di alcuni giornalisti e del mondo ambientalista”. Così come non abbiamo dimenticato decenni di inquinamento selvaggio che hanno stravolto un intero territorio. Né abbiamo dimenticato, perché portiamo i segni del dolore e delle sue cicatrici ben impresse nei nostri cuori e nelle nostre menti, oltre 40.00 morti per tumore e altre malattie riconducibili all’inquinamento. Non abbiamo dimenticato. Ma soprattutto, non abbiamo smesso di sognare una Taranto diversa. Una città senza veleni e senza inquinamento. Un mare e un cielo di uno stesso colore che si incontrano all’orizzonte nei nostri splendidi tramonti. Per noi un’altra Taranto è possibile. Perché i nostri sogni non sono e continueranno a non essere in vendita.

G.L.

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