Taranto libera: noi parliamo con i fatti

30 giugno 2010 alle 22:40 | Pubblicato su Comunicati stampa | Lascia un commento

.. o meglio con gli atti..

COMUNICATO STAMPA

Taranto libera prende atto di quanto dichiarato dal Consigliere Antonietta Mignogna del Mjl e componente della Commissione Ambiente del Comune di Taranto, relativamente alla questione ‘metandotto’. Il consigliere Mignogna ha infatti manifestato la propria volontà di fare chiarezza in merito alle reali intenzioni di Eni, rivolgendosi, se necessario, alla Procura.Taranto libera specifica che le problematiche sollevate dal proprio coordinamento non rappresentano solo delle ipotesi ma sono avallate da documenti ed atti per l’ottenimento dei quali il comitato stesso ha inoltrato piu’ volte richiesta presso l’Ufficio Protocollo del Comune di Taranto, per cui è sufficiente accertarsi di quanto sostenuto dal Comitato, semplicemente leggendo gli atti. Negli atti si evince infatti che il nuovo metanodotto avrebbe alimentato una centrale termoelettrica a ciclo combinato della potenza di 240 Mw (potenza 3 volte superiore a quella preesistente) ubicata all’interno della Raffineria e che il metanodotto presenta due diramazioni finali: una diretta verso Enipower e l’altra verso la Raffineria. Ci aspettiamo, dunque, una presa di posizione chiara ed inequivocabile da parte del Comune di Taranto, trattandosi di una problematica che richiede una immediata soluzione. Il comitato Taranto libera manifesta la propria disponibilità a collaborare affinché si possa intervenire tempestivamente e ribadisce la propria volontà a vigilare sulla vicenda con ogni mezzo per far emergere eventuali responsabilità sia da parte del Comune di Taranto, che, tra l’altro, ha concesso l’autorizzazione nonostante i numerosi vincoli a cui è sottoposta l’area che sarà attraversata dal metanodotto, sia da parte della Provincia di Taranto che dichiaro’ la non assoggettabilità a VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) dell’opera.

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Taranto libera ‘pizzica’ il Comune di Taranto.

27 giugno 2010 alle 16:18 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

TarantoSera

LE VERITA’ NASCOSTE DELL’Eni. E del Comune di Taranto

27 giugno 2010 alle 01:48 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento


Una nuova centrale termoelettrica che aggiungerà gas serra e monossido di carbonio e un metanodotto utile ad alimentarla che passerà indisturbato in aree gravate da vincolo idrogeologico, archeologico e di interesse nazionale. Questo il progetto dell’ENI con la compiacenza della nostra classe dirigente.

Partiamo dalla fine. O meglio, dall’ultimo atto di una vicenda ancora lungi dal potersi dire conclusa. Lunedì 21 giugno la Regione Puglia inoltra all’Avvocatura regionale la richiesta di impugnativa, davanti al TAR del Lazio, del Decreto Ministeriale n. 209 del 26 aprile 2010, con cui il Ministero dell’Ambiente, di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, esprimeva parere favorevole sulla “pronuncia di compatibilità ambientale presentata dalla società ENI Power S.p.A., concernente la realizzazione di una centrale a ciclo combinato da 240 MWe all’interno della Raffineria ENI di Taranto”.

Facciamo un passo indietro. Il 14 settembre 2009 il Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, firma il decreto di VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale) su nove opere di “interesse strategico nazionale”, tra le quali vi è anche il raddoppio della centrale termoelettrica nella Raffineria ENI di Taranto. Tra i due eventi appena citati, trova posto l’improvvisa approvazione da parte del Consiglio Comunale di Taranto, lo scorso 1 marzo, del progetto dell’ENI per la realizzazione di un nuovo metanodotto. Un’operazione politica poco chiara e altrettanto poco trasparente, fatta passare quasi sotto silenzio, approvata grazie a ben 7 astenuti e 4 contrari, che assicurarono il numero legale. E forse, non fu un caso nemmeno la scelta della data per approvare un tale progetto: visto che, proprio in quella seduta consiliare, fu approvato il bilancio consuntivo 2008, tema molto più sentito per il futuro e le tasche dei tarantini.

Inoltre è giusto ed importante ricordare che in quel consiglio comunale il sindaco Stefàno risultò essere assente, mentre al momento del voto finale sul metanodotto, il presidente della Commissione Ambiente del Comune di Taranto Gabriele Pugliese, scelse di astenersi. Lo stesso Pugliese lo troveremo poi, il 14 aprile scorso, a “battagliare” in difesa dei cittadini di Taranto, al fianco del direttore della Raffineria Settimio Carlo Guarrata durante la conferenza stampa nella quale si parlò delle motivazioni che portarono alla tremenda esplosione della notte dello scorso 7 aprile.

Infine, l’ultima data che chiude il cerchio di questo breve excursus storico: il prossimo 1 luglio (anche se altri indicano come scadenza il 10), scade un bando di gara indetto dall’ENIpower di Taranto, per la realizzazione di una centrale. Bando il cui contenuto è sconosciuto ai più ma di cui, cosa alquanto “bizzarra”, in molti non ne conoscevano neppure l’esistenza.

Ora. Come avete potuto intuire, la questione è alquanto complicata e ingarbugliata. Ma questo non ci ha impedito di provare a capire cosa sta davvero accadendo all’ENI di Taranto, grazie alla lettura e all’approfondimento di carte e progetti, di non proprio semplice comprensione e grazie anche al contributo di ‘’Taranto libera’’ che da tempo, ed in perfetta solitudine, segue la vicenda metanodotto.

Dunque, ENI Power S.p.A. (società controllata al 100% dall’ENI ma che non va confusa e identificata con ENI Raffineria) ha chiesto la costruzione di un nuovo metanodotto sostenendo la tesi che, alimentando una nuova centrale elettrica a metano (gas naturale) anziché ad olio combustibile, questo avrebbe comportato un minor impatto ambientale, contribuendo alla diminuzione della presenza di NOx e SOx e particolato nell’aria. L’obiettivo era quindi sostituire la vecchia centrale termoelettrica con una nuova a ciclo combinato da 240 MW, che avrebbe capacità tre volte e mezzo superiori a quella attuale, da far sorgere all’interno della stessa Raffineria. Ma in realtà il progetto dice ben altro.

Ai 240 MW previsti bisogna infatti aggiungere anche il mantenimento dei 39 MW di uno degli impianti oggi in funzione alimentato a fuel gas e altri 8,3 MW della turbina a contropressione. Si passerebbe, dunque, da una centrale in parte ad olio combustibile ed in parte a gas di 85 MW come quella in esercizio ad un impianto di quasi 288 MW integralmente alimentato a gas. Il 72.7% di questa energia prodotta (5 volte l’attuale) Enipower ha previsto di venderla, il rimanente sarà a servizio della raffineria. Le conseguenze negative per salute e territorio si identificano in un peggioramento delle emissioni di monossido di carbonio (da 87 ton/a a 456 ton/a), della CO e di un formidabile incremento della CO2 del 276%. E’ del tutto evidente che questi aumenti sono strettamente correlati alle dimensioni del nuovo impianto e dalla scelta societaria di puntare a quella dimensione per vendere la gran parte dell’energia prodotta. Questo annulla parzialmente i benefici del passaggio dall’olio combustibile al gas e aggiunge ulteriori sostanze inquinanti in un’area che non può più subirne”.

Fu su queste basi che la Regione Puglia oppose il suo no al progetto dell’ENI Power attraverso la Delibera n. 1540 del 7 agosto 2009, con la quale recepì il parere negativo espresso dal Comitato VIA. Iter procedurale rispettato in pieno visto che, dopo aver ricevuto  la richiesta di autorizzazione da Snam Rete Gas S.p.A. (gruppo ENI), il 31/10/2007 l’Assessorato all’ambiente Regione Puglia, comunicò alla stessa Snam rete gas S.p.A. che l’autorizzazione sarebbe dovuta essere soggetta a VIA (valutazione dell’impatto ambientale art.31, L.R.11/2001), per la quale la ditta doveva fare richiesta presentando una istanza alla Provincia di Taranto. Provincia di Taranto che il 2/05/2008 ribadì quanto detto dalla Regione, sottolineando che ricadendo gli interventi in aree ”SIN’ ‘(sito di interesse nazionale) la competenza in materia urbanistica ricadeva al Ministero dell’Ambiente. Salvo poi dare parere favorevole alla non assoggettabilità di VIA. Quindi  parere favorevole da parte della Provincia in data 9/10/2008.

Ora veniamo alla questione metanodotto. Come si può facilmente intuire è strettamente legata al progetto della nuova centrale termoelettrica. Per un semplice ma importantissimo motivo: in realtà il metanodotto ha due diramazioni finali: una diretta ad ENI Power (“Metanodotto di Allacciamento centrale Enipower’” di Taranto – Raddoppio con previsione di nuova centrale termoelettrica, per la quale come detto in precedenza ENI ha recentemente fissato un bando di concorso) e l’altra a ENI R&M (cioè alla Raffineria, ”Metanodotto di Allacciamento impianto ENI R&M di Taranto”). Il tutto è accertato da documenti ufficiali ottenuti mediante richiesta di accesso agli atti al Comune di Taranto, da parte del comitato cittadino “Taranto libera”, dai quali si evince questo “piccolo dettaglio” e quanto segue nella nostra inchiesta.

La storia infatti non finisce qui. Perché il “Consorzio per l’area Sviluppo Industriale di Taranto”, relativamente alla conformità urbanistica del progetto del metanodotto dice testualmente che “la realizzazione del metanodotto costituisce ampliamento dell’attività produttiva dello stabilimento petrolifero, la cui espansione non è prevista nel vigente Piano Regolatore Consortile (approvato con DPCM del 27/04/1964 e successive varianti)”. Espressione da cui si deduce che in realtà l’ENI non potrebbe, per legge, ampliare la propria area produttiva, come invece accadrebbe in caso di realizzazione del metanodotto. Ma non solo. Perché oltre a questo, sorge anche un problema di natura strettamente culturale, di cui il Comune si è totalmente disinteressato.

Infatti, la “Soprintendenza del Ministero per i Beni e attività Culturali” il 14/12/2007 (quindi non oggi, ma oltre due anni e mezzo fa) confermò l’interesse archeologico del sito, sottolineando la “necessità della presenza costante, durante gli scavi, di un archeologo” e ribadendo inoltre che la “ditta esecutrice dei lavori di scavo è tenuta a sospendere immediatamente le operazioni di scavo in presenza di resti antichi”. Chi vigilerà che tutto questo avvenga poi nella realtà, si domanda il comitato “Taranto libera”?

La domanda è del tutto lecita, in quanto veniamo a scoprire, sempre attraverso i documenti del progetto, che  il metanodotto attraverserà:

– in parte aree gravate da vincolo idrogeologico, parte idrologia superficiale; – in parte aree dette S.I.N. (Sito di interesse nazionale) da sottoporre a caratterizzazione, messa in sicurezza, bonifica (decreto ministeriale del 10/01/2000).

Ma il Comune di Taranto, “preoccupato” da tale criticità, ha pensato bene di consultare un esperto del campo dell’Archeologia e dell’Urbanistica, ovvero l’avvocato di Snam Rete Gas S.p.A. Infatti, se da un lato dall’istruttoria risulta che “l’intervento proposto contrasta con le destinazioni urbanistiche del vigente Piano regolatore generale”, dall’altro la Direzione Urbanistica del comune di Taranto, prendendo atto di ciò, ha comunque attestato quanto segue: “Tuttavia, vista la dichiarazione del legale di Snam attestante la pubblica utilità dell’opera, essa potrà essere realizzata seguendo le procedure di Variante urbanistica ai sensi della vigente legislazione in materia”.

Per ultimo, ma non certamente per importanza, ci chiediamo quale sarà l’impatto ambientale su Taranto, se tutti questi progetti in essere trovassero nel breve volgere del tempo, una loro reale realizzazione. Stando a quanto dichiarato dalla Regione Puglia, non c’è da stare allegri. Inoltre, lo stesso comitato “Taranto libera”, ricorda che “ENI Raffineria ha prodotto solamente nel 2007 ben 5 tonnellate di benzene (circa 1/3 di quella prodotta dall’Ilva nello stesso anno), mentre ancora attendiamo i dati per il 2008 e non conosciamo ancora i dati per il 2009: di fronte a questi dati ci piacerebbe sapere, tra le tante altre cose, quale valutazione è stata fatta per il rilascio dell’AIA. Inoltre ci chiediamo se fosse proprio necessario concedere autorizzazioni ad un progetto che si svilupperà in un’area in cui esistono vincoli di natura ambientale ed archeologica. Così come ci appare superfluo sottolineare che l’aumento di produzione di CO e di CO2, non farà altro che andare nella direzione opposta a quanto imposto dal protocollo di Kyoto”.

Ma le tante risposte e rassicurazioni che un progetto di tali dimensioni richiederebbe, certamente non arriveranno dall’azienda ENI. Questo perché già un paio di mesi fa, “Taranto libera” ed altre associazioni, chiesero un incontro all’azienda per avere delucidazioni in merito al progetto del metanodotto. Fu risposto che per ottenere tale gentile concessione, bisognava inviare richiesta formale sia alla sede dell’azienda che all’addetto stampa. Ma ovviamente, a tutt’oggi, nessuna risposta è giunta. Il tutto in barba a quanto dichiarato dallo stesso direttore della Raffineria Guarrata lo scorso aprile, allorquando promise che l’azienda avrebbe cambiato il suo modo di relazionarsi con Taranto e i suoi cittadini.

Invece nulla è cambiato sotto il sole di Taranto. Visto che se da un lato l’ENI continua ad operare seguendo la via maestra tracciata sin dalla sua nascita, ovvero quella di operare nel silenzio e nell’ombra, dall’altro non possiamo non constatare ancora una volta come la nostra classe dirigente sia completamente assoggettata ai poteri economici e totalmente incapace di tutelare gli interesse della collettività di cui dovrebbe essere il primo strenue difensore. Noi, comunque, continueremo ad esserci, a informare ed a vigilare. Sempre!

Gianmario Leone

g.leone@tarantoggi.it

LA POPOLAZIONE SIA INFORMATA SUI RISCHI PER LA SALUTE

23 giugno 2010 alle 22:18 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

AI TAMBURI TRA POCO SI VIVRAʼ COSIʼ

22 giugno 2010 alle 22:15 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

AI TAMBURI TRA POCO SI VIVRAʼ COSIʼ.

Quartiere Tamburi contaminato.

Ma fino a settembre che si fa?

E’ necessario indicare quali misure precauzionali adottare per evitare che i bambini entrino in contatto diretto con le pericolose sostanze riscontrate nello strato superficiale dei terreni.

Ormai si è detto di tutto e di più sulla questione ambientale tarantina e su quali potrebbero essere le possibili soluzioni al problema. Solo qualche giorno fa, però, parlavamo di un nuovo sopraluogo fatto da alcuni tecnici nel quartiere Tamburi, la zona periferica della città di Taranto che si sviluppa a poche centinaia di metri dal colosso d’acciaio Ilva, seguito poi da una relazione che metteva in evidenza la presenza di notevoli sostanze inquinati nel sottosuolo. La situazione è a dir poco critica per non dire allarmante. I tecnici hanno effettuato 32 sondaggi e utilizzato sei piezometri per portare a termine i 114 campionamenti complessivi. Cosa hanno scoperto? I quindici ettari verdi sono risultati contaminati da moltissime sostanze tossiche e cancerogene come antimonio, berillio, manganese, tricloroetano, benzo(a)pirene solo per citarne alcuni. Ma l’esame in questione ha rilevato valori molto alti di sostanze come arsenico, cromo totale, cobalto, nichel. Tenendo conto che stiamo parlando di una zona con una densità di popolazione non indifferente e che le sostanze citate superano il valore consentito dalle attuali norme vigenti, il Comune di Taranto ha deciso di avviare un bonifica dell’intera area entro però il mese di settembre. Ma fino a settembre cosa dovranno fare i cittadini per tutelare da soli (fino a settembre non succederà nulla) la loro salute? Beh, fino ad ora le istituzioni tacciono e non sarebbe una novità per chi vive nella città più inquinata d’Europa. Questo è il trend a Taranto. Ognuno provvedesse per sé insomma….
Ma come spesso accade sono i comitati che ad un certo punto si pongono gli interrogativi e si chiedono: Ma cosa devono fare i cittadini, in una situazione così preoccupante, a salvaguardare la salute di grandi e piccini? La risposta non ce la danno loro, ma Taranto libera, il comitato cittadino che si batte per il diritto alla salute, solleva il problema con queste parole.
“In riferimento al piano di intervento di bonifica del quartiere Tamburi presentato nel corso della recente conferenza stampa (12 Giugno 2010), a seguito della rilevazione di valori di contaminanti superiori ai limiti consentiti per legge, riteniamo necessario che le Autorità competenti attuino una immediata campagna di informazione volta a comunicare, in maniera semplice e diretta, alla popolazione interessata, la possibilità di rischio per la salute dei bambini residenti nei pressi delle aree contaminate. A nostro avviso, è necessario indicare quali misure precauzionali adottare per evitare che i bambini entrino in contatto diretto con le pericolose sostanze riscontrate nello strato superficiale (top soil) dei terreni. Riteniamo doveroso, a tal fine, rendere noto quanto emerso dall’ indagine di valutazione del rischio sulla salute umana. Quanto riportato nella relazione tecnica descrittiva circa la pericolosità sui bambini degli inquinanti indagati non è stato opportunamente messo in evidenza nel corso della conferenza stampa. Nella relazione si legge: ‘I risultati dell’analisi di Rischio hanno evidenziato un rischio totale per le sostanze cancerogene, scenario bambini, pari ad un valore che risulta essere non accettabile (3.86E-05 mentre 1E-05 è il valore limite D.Lgs.152/06). I rischi per sostanze cancerogene derivanti da ciascun contaminante, per il suolo superficiale è risultato non accettabile per PCB (ingestione di suolo e contatto dermico) e Berillio (ingestione di suolo). Il rischio totale (HI) per le sostanze non cancerogene è pari a 3.12 (1 è il valore limite D.Lgs.152/06) e risulta non accettabile’’. E’ dunque emerso un rischio sanitario per sostanze cancerogene e non cancerogene diversamente distribuite nelle aree analizzate. Il rischio non accettabile per il suolo superficiale riguarda anche i seguenti composti: Benzo(a)pirene, Antimonio, Ferro, Piombo, Manganese. Nel caso di Berillio, Ferro e Manganese si sono verificati superamenti dei limiti consentiti per legge in tutte le aree analizzate. Ricordiamo, infine, che, sebbene si rendano necessari interventi d’emergenza di bonifica e di messa in sicurezza delle aree contaminate, la presenza costante della fonte inquinante nei pressi del centro abitato, continuerà a rappresentare un rischio per la salute degli abitanti del quartiere Tamburi per il verificarsi di successive nuove deposizioni sui terreni e poiché gli inquinanti vengono assunti anche e soprattutto per inalazione (non solo per contatto)”.

Bene il problema esiste e non facciamo come fanno gli struzzi che per non vedere o non essere visti, affondano la tessa nella sabbia. Qualcuno dica a quelle famiglie come limitare i danni fino a settembre.

Antonello Corigliano, martedi 22 giugno 2010 Pugliapress

E’ necessario informare la popolazione

21 giugno 2010 alle 13:42 | Pubblicato su Comunicati stampa | Lascia un commento

24637_R1 – Relazione tecnica descrittiva bonifica dei suoli

In riferimento al piano di intervento di bonifica del quartiere Tamburi presentato nel corso della recente conferenza stampa (12 Giugno 2010), a seguito della rilevazione di valori di contaminanti superiori ai limiti consentiti per legge, riteniamo necessario che le Autorità competenti  attuino una immediata campagna di informazione volta a comunicare, in maniera semplice e diretta, alla popolazione interessata, la possibilità di rischio per la salute dei bambini residenti nei pressi delle aree contaminate.

A nostro avviso, è necessario indicare quali misure precauzionali adottare per evitare che i bambini entrino in contatto diretto con le pericolose sostanze riscontrate nello strato superficiale (top soil) dei terreni.

Riteniamo doveroso, a tal fine, rendere noto quanto emerso dall’ indagine di valutazione del rischio sulla salute umana. Quanto riportato nella relazione tecnica descrittiva circa la pericolosità sui bambini degli inquinanti indagati non è stato opportunamente messo in evidenza nel corso della conferenza stampa.

Nella relazione si legge: ‘I risultati dell’analisi di Rischio hanno evidenziato un rischio totale per le sostanze cancerogene, scenario bambini, pari ad un valore che risulta essere non accettabile (3.86E-05 mentre 1E-05 è il valore limite D.Lgs.152/06). I rischi per sostanze cancerogene derivanti da ciascun contaminante, per il suolo superficiale è risultato non accettabile per PCB (ingestione di suolo e contatto dermico) e Berillio (ingestione di suolo). Il rischio totale (HI) per le sostanze non cancerogene è pari a 3.12 (1 è il valore limite D.Lgs.152/06) e risulta non accettabile’’. E’ dunque emerso un rischio sanitario per sostanze cancerogene e non cancerogene diversamente distribuite nelle aree analizzate. Il rischio non accettabile per il suolo superficiale riguarda anche i seguenti composti: Benzo(a)pirene, Antimonio, Ferro, Piombo, Manganese. Nel caso di Berillio, Ferro e Manganese si sono verificati superamenti dei limiti consentiti per legge in tutte le aree analizzate.

Ricordiamo, infine, che, sebbene si rendano necessari interventi d’emergenza di bonifica e di messa in sicurezza delle aree contaminate, la presenza costante della fonte inquinante nei pressi del centro abitato, continuerà a rappresentare un rischio per la salute degli abitanti del quartiere Tamburi per il verificarsi di successive nuove deposizioni sui terreni e poiché gli inquinanti vengono assunti anche e soprattutto per inalazione (non solo per contatto).

Coordinamento Taranto libera

(Daniela Spera e Rosa D’Amato)

Inviato alla stampa il 20 giugno 2010.

TARANTO LIBERA: CGIL SBAGLIA. Il REFERENDUM ILVA UNISCE LA CITTA’

18 giugno 2010 alle 14:35 | Pubblicato su Comunicati stampa | Lascia un commento

Non c’è dubbio, questo Referendum consultivo fa paura. Analizzando le motivazioni, la più eclatante è che siamo di fronte ad un potentissimo mezzo capace di amplificare a livello nazionale la questione ‘Taranto’. Cgil però ci sembra non essere dello stesso avviso sostenendo invece, quasi in perfetto stile totalitario, che il pronunciamento di una città rispetto ad una problematica che la coinvolge direttamente, è del tutto inutile. Quando però la problematica ambientale diventa uno strumento di attacco politico, ecco che le carte si scoprono e ciò a cui si è costretti ad assistere è uno scenario sospetto e raccapricciante fatto di rimpalli di responsabilità. Così Legambiente e Cgil attribuiscono il problema del benzo(a)pirene a ritardi da parte del Ministero per l’Ambiente al rilascio dell’AIA che, prevedendo l’adozione di sedicenti migliori tecnologie disponibili, avrebbe garantito quella tanto agognata ambientalizzazione dell’azienda. Ebbene, solo chi se ne fa portavoce compie un atto di demagogia e prende in giro la città. Uno stabilimento che produce acciaio a ciclo integrale, che insiste a ridosso della città, che si estende su un territorio vasto oltre due volte l’intera città di Taranto e per il quale si chiede solo una ‘riduzione dell’impatto ambientale’ non può essere compatibile né con la vita degli operai, né con la vita di chi vive nella città. In diverse occasioni abbiamo fornito dettagli in merito. I sindacalisti non possono mascherarsi da ambientalisti, pregiandosi di aver ottenuto risultati lodevoli sottoscrivendo la legge antidiossina. Tutti gli ambientalisti, infatti, sono concordi nel ritenerla un traguardo effimero poiché del tutto inefficace. Forse Cgil in tal senso ha qualche grossa lacuna che saremmo felici di colmare se solo fosse disposta a dialogare anche e soprattutto con cittadini onesti ed informati che chiedono solo di dare voce alla città in maniera democratica.

E’ necessario tutelare il posto di lavoro ma i sindacati in primis hanno il dovere di tutelare il lavoratore. In questo senso ci pare tutt’altro che inutile questo Referendum se serve a ricordare ai sindacalisti (di solito, ma non sempre, in tutt’altre faccende affaccendati), che il diritto alla salute è un principio fondamentale e che di certo non si combatte a colpi di processi per morti e infortuni, voltando poi le spalle alle sfortunate famiglie che hanno subito lutti inenarrabili. Occorre prendere misure drastiche per evitare il ripetersi di fatti irrimediabili. Fare appello al dialogo per mettere ‘’alla prova la disponibilità dichiarata’’ di chi ha responsabilità penali, in questo caso l’Ilva, non è eticamente accettabile. Ma non lo è nemmeno economicamente. A tal proposito vorremmo riportare un passaggio condivisibile di un economista giovane e dotato di quella lungimiranza che manca nella città di Taranto, il passaggio è di Pierfrancesco Servidio (giugno 2010, Giustitalia): ‘Qual è il reale valore dello stipendio di un dipendente? Tutto ciò che entra mensilmente nelle tasche di un operaio riflette il reale potere d’acquisto dello stesso? Quando il comportamento di un agente economico (ad esempio un’industria) influisce direttamente su un altro agente in maniera negativa (ad esempio l’inquinamento derivante dal processo produttivo che danneggia il lavoratore) ma questo danno non viene quantificato in termini monetari, allora si parla di esternalità negativa. I cittadini di Taranto e provincia subiscono danni continui, ma questi non sono quantificati negli stipendi degli operai! Non esiste una voce sullo stipendio che esprima la quota monetaria volta a rimborsare i danni che le aziende portano al territorio e quindi alle famiglie. È necessario sensibilizzare le persone su questo aspetto in quanto espressione massima del danno riferibile agli aspetti economici di ogni famiglia. Le famiglie di Taranto e provincia probabilmente non sanno che parte del loro stipendio serve a finanziare una serie di costi, riferibili sia al singolo individuo sia all’intera collettività che rosicchiano in termini concreti parte del nominale stipendio ricevuto mensilmente. I costi relativi al singolo individuo si riferiscono alle spese sanitarie necessarie per curare le patologie derivanti dalla cattiva qualità dell’aria o dell’ambiente di lavoro; i costi che spettano alla collettività, invece, riguardano il necessario finanziamento di enti previdenziali, del servizio sanitario nazionale e degli altri settori economici che subiscono direttamente i danni derivanti dall’operato dell’Ilva. Tutti questi costi non vengono prelevati direttamente dalla busta paga del singolo lavoratore, ma non sfuggono neanche all’attento occhio dei professionisti cui spetta il compito di far quadrare i bilanci degli enti pubblici nelle sedi competenti. La sanità ad esempio, sempre più delegata alle regioni, dovrà attingere maggiormente in un territorio ad alto rischio ambientale come la Puglia rispetto a territori meno esposti a patologie di questo tipo, comportando quindi, maggiori prelievi sotto forma di imposte. Più si sta male e più servono cure, più servono cure e più servono soldi per garantire un servizio di tipo assistenziale. È un controsenso: in assenza di alternative, i cittadini devono “pagare per lavorare” anche se non se ne accorgono, cedendo parte del loro stipendio’’. Il Referendum vuole in quest’ottica sensibilizzare la cittadinanza, perché sebbene non economisti, gli ambientalisti sono anzitutto cittadini di buonsenso. Allora, chi rispetta gli operai?

Coordinamento Comitato Taranto libera

Inviato alla stampa il 14 giugno 2010.

FALDE ACQUIFERE SUPERFICIALI CONTAMINATE?.

15 giugno 2010 alle 10:06 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

Risanamento Tamburi 2009

AREA DEL SOTTOPROGETTO N.4

Potrete conoscere i risultati delle prime caratterizzazioni del quartiere Tamburi, già noti nel 2009. Questo quartiere risulta essere contaminato dalle piu’ svariate sostanze organiche e da metalli pesanti. Taranto libera, due mesi fa, segnalo’ questo importante documento, sottolineando la contaminazione delle falde acquifere superficiali.

Taranto libera è un obiettivo da raggiungere, con l’aiuto di tutti…

9 giugno 2010 alle 12:42 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

Questo è il contributo di ‘Taranto libera’ all’evento “L’invasione di Nostra Signora Art – Reloaded”.

video montato da Roberta Villa Responsabile della Comunicazione per ‘Taranto libera’

materiale video/immagine fornito dal Comitato ‘Taranto libera’

Come a Genova, anche a Taranto si può…

8 giugno 2010 alle 13:37 | Pubblicato su Lettere di 'Taranto libera' | Lascia un commento

di Pierfrancesco SERVIDIO

tratto da Giustitalia-Giugno 2010

Perchè protestare contro un’azienda che dà lavoro a tanti, tantissimi capofamiglia della provincia di Taranto e di province di altre regioni? Il processo è semplice: il lavoratore passa tutta la sua vita in uno stabilimento industriale ove, a fronte delle proprie prestazioni lavorative riceve in cambio un compenso monetario da, si fa per dire, investire per il sostentamento della famiglia e soprattutto dei figli ai quali ogni genitore auspica un futuro sereno e magari migliore del proprio. È il naturale evolversi della vita, la giusta scorrevolezza del processo chiamato ‘sviluppo’. Tuttavia, al giorno d’oggi questa condizione, definibile con la parola ‘stabilità’, sembra essere stata sostituita con allarmanti vocaboli quali precario, cassaintegrato e, peggio, licenziato. Il processo subisce bruscamente un blocco: l’azienda in crisi, riduce la propria produttività per far fronte alla crisi che attanaglia l’intero sistema economico mondiale, mantenendosi in vita anche a costo di vedere utili ridotti al minimo; l’operaio, quasi come una zatterra in mezzo alla tempesta, subisce il naturale ondeggiare del mare non sapendo per quanto tempo tale bufera si protrarrà e se ne uscirà mai vivo. Oggi la parola “crisi” riecheggia in tutto il globo, tanto da essere considerata una variabile economico-finanziaria mondialmente influente sulle performances di ogni attore economico. I problemi locali dunque, riproposti da questa angolazione potrebbero portare a riconsiderare le attuali politiche gestionali deliberate dall’Ilva. Se c’è crisi per tutti, deve esserci crisi anche a Taranto. Meno soldi uguale meno stipendi, un’equazione perfetta. Tale modello però, dà per scontato che l’unica variabile influente sulle tasche dei lavoratori sia quella meramente collegata all’andamento del sistema produttivo mondiale.In una economia liberale come la nostra, tutto questo per quanto non esente da errori strutturali, può essere giustificato. Ci sono problemi a Londra, New York,  Tokyo:  perchè  non  dovrebbero  esserci  problemi  a  Taranto? Tristemente, la “questione meridionale” prima e la “questione Taranto” poi, destabilizzano l’economia ionica in maniera ancor peggiore. Il problema del Sud è conosciuto e rinomato sin dal dopoguerra: il Meridione ha sempre dovuto inseguire la necessaria capacità produttiva, adattando al territorio sistemi di produzione di ricchezza obsoleti e antiquati. Un esempio tanto banale quanto efficace per esplicitare al meglio questo corollario, è quello di confrontare due maxipotenze economiche: Stati Uniti e Cina. La Cina, che si  è  sviluppata in maniera imponente negli ultimi anni, a fronte di una produttività invidiabile da qualunque Stato nel mondo, presenta notevoli problemi circa l’inquinamento ambientale, lo sfruttamento dei lavoratori, la sicurezza degli stessi. La necessità di sviluppo, in un Paese che solo qualche decennio fa era piuttosto povero, giustifica politiche sperequative prive di un vero supporto al cittadino. Produrre ad ogni costo, poi si vedrà come migliorare. Gli Stati Uniti, che hanno già superato questa “fase” della loro storia, possono permettersi, in virtù della loro ricchezza e del loro sviluppo, maggiori attenzioni verso elementi come l’ambiente, la sicurezza dei lavoratori e così via. Questo esempio su scala mondiale si può facilmente riadattare al contesto Italiano: il Nord Italia produce gran parte della propria ricchezza mediante la cessione a terzi di servizi (Milano, ad oggi, è la “capitale finanziaria” d’Italia, ad esempio) e  “coccola”  i  propri  cittadini  attraverso  il  divieto  alla  circolazione  degli autoveicoli quando alcune soglie di agenti inquinanti vengono superate. Il Sud, proprio a causa del suo continuo “arrancare”, non può permettersi di attuare politiche di questo tipo e deve subire un inquinamento perpetuo. La “questione meridionale” si può ricondurre alla “questione Taranto”: avrebbe senso vietare la circolazione degli autoveicoli a Taranto? Probabil- mente sarebbe il colmo. Non lo fanno neanche in Cina, consci del fatto che l’inquinamento deriva da altre fonti. Produrre per sopravvivere e per sviluppare al più presto altri metodi produttivi da sostituire agli attuali, questo è il dictat. Non essendo noi medici e non essendo neanche interessati a ripetere per l’ennesima volta i quantitativi di diossina, mercurio, pm10 ed IPA (Idrocrburi Policiclici Aromatici) che invadono la provincia di Taranto, vorremmo focalizzare il nostro discorso sulle questioni che riguardano gli operai dell’Ilva  a livello meramente economico. Perchè, se un dipendente porta a casa uno stipendio,ha comunque un ritorno concreto conseguente al lavoro svolto, anche se sottoposto a stress  fisico a causa della posizione lavorativa in un’area ad alto rischio tumorale. Il dipendente può mandare a scuola i figli, potrà pagar loro l’Università, potrà permettersi una macchina nuova. Qual è però il reale valore dello stipendio di un dipendente? Tutto ciò che entra mensilmente nelle tasche di un operaio riflette il reale potere d’acquisto dello stesso? A questo punto, è necessario introdurre ed esplicitare il concetto di esternalità negativa così come definita all’unanimità dagli economisti di tutto il globo: “Si ha esternalità negativa quando l’azione di un agente ha effetti indesiderati sulla funzione obiettivo di un altro agente e quest’ultimo non ha controllo su tale variabile”. In parole povere, quando il comportamento di un agente economico (ad esempio un’industria) influisce direttamente su un altro agente in maniera negativa (ad esempio l’inquinamento derivante dal processo produttivo che danneggia il lavoratore) ma questo danno non viene quantificato in termini monetari, allora si parla di esternalità negativa. I cittadini di Taranto e provincia subiscono danni continui, ma questi non sono quantificati negli stipendi degli operai! Non esiste una voce sullo stipendio che esprima la quota monetaria volta a rimborsare i danni che le aziende portano al territorio e quindi alle famiglie. Dunque, tale azione, non risulta quantificata in termini pecuniari anche se esistente.È necessario, a nostro parere, sensibilizzare le persone su questo aspetto in quanto espressione massima del danno riferibile agli aspetti economici di ogni famiglia. Le famiglie di Taranto e provincia probabilmente non sanno che parte del loro stipendio serve a finanziare una serie di costi, riferibili sia al singolo individuo sia all’intera collettività che rosicchiano in termini concreti parte del nominale stipendio ricevuto mensilmente. I costi relativi al singolo individuo si riferiscono alle spese sanitarie necessarie per curare le patologie derivanti dalla cattiva qualità dell’aria o dell’ambiente di lavoro; i costi che spettano alla collettività, invece, riguardano il necessario finanziamento di enti previdenziali, del servizio sanitario nazionale e degli altri settori economici che subiscono direttamente i danni derivanti dall’operato dell’Ilva. Tutti questi costi non vengono prelevati direttamente dalla busta paga del singolo lavoratore, ma non sfuggono neanche all’attento occhio dei professionisti cui spetta il compito di far quadrare i bilanci degli enti pubblici nelle sedi competenti. La sanità ad esempio, sempre più delegata alle regioni, dovrà attingere maggiormente in un territorio ad alto rischio ambientale come la Puglia rispetto a territori minormente esposti a patologie di questo tipo, comportando quindi, maggiori prelievi sotto forma di imposte. Più si sta male e più servono cure, più servono cure e più servono soldi per garantire un servizio di tipo assistenziale.
È un controsenso: in assenza di alternative, i cittadini devono “pagare per lavorare” anche se non se ne accorgono, cedendo parte del loro stipendio. Non è un problema insostenibile: tutti i Paesi che si sono trovati nella fase cosiddetta Medium Income  (a medio sviluppo), hanno superato questa situazione, subordinando i processi produttivi ad elevati standard ambientali volti innanzitutto a sviluppare politiche eticamente sostenibili nonchè mediante la creazione di forme di economia alternative che potessero pian piano affiancarsi ai colossi industriali, per poi gradualmente sostituirli. È un processo graduale certo, che a Taranto non ha mai preso vita portando la città e la provincia ad essere condannate a subire le fluttuazioni di un unico mercato, quello dell’acciaio dove opera l’Ilva, comportando dei rischi elevatissimi. Se al momento gli unici costi che la comunità sostiene sono quelli derivanti dalle esternalità negative esplicitate in precedenza, una ipotetica crisi specifica del settore dell’acciaio potrebbe portare il sistema industriale locale al collasso. Gli scenari al riguardo non sono rosei: storicamente, infatti, si è spesso assistito ad un utilizzo temporaneo di uno specifico materiale come fonte di energia per poi sostituirlo con elementi nuovi in virtù dei migliori benefici ad esso collegati, portando al graduale inutilizzo del precedente: il legname prima, il carbone poi, il petrolio adesso. Non di minore rilevanza il fatto cheun’economia maggiormente globalizzata premia i mercati ove il costo della manodopera risulta essere inferiore, spostando i processi produttivi verso aree terze. Fiat,  ad esempio, ha aperto stabilimenti produttivi in Polonia, danneggiando gli operai di altri centri produttivi come quello di Termini Imerese. L’errore è stato lo stesso: il sostentamento economico di quell’area era basato su un’unica azienda e quando questa ha deciso, in virtù di non opinabili politiche aziendali, di spostare i propri stabilimenti altrove è entrata in crisi e con essa tutte le famiglie dell’hinterland  siciliano. L’esperienza insegna quindi che non si deve concentrare il futuro di una comunità su un unico settore economico. Taranto, invece, sembra non considerare tali precedenti, tali conseguenze ma soprattutto le opportunità mancate. La Comunità Europea, ad esempio, ha finanziato numerose opere di bonifica del territorio in una città nei pressi di Genova – Cornigliano – che era afflitta dalle medesime problematiche vissute a Taranto. La chiusura dell’ ‘area a caldo’, unitamente alla proposta da parte delle istituzioni locali di sviluppo di forme di economia alternative ed ecocompatibili, ha permesso lo sblocco di numerosi fondi comunitari e statali che hanno rimesso a nuovo l’economia del territorio e della città (con opere di riqualificazione del tessuto urbano) senza far perdere il posto a nessuno dei 700 operai che lavoravano in quel reparto. Tali lavoratori, vennero infatti impiegati in progetti di pubblica utilità. L’azienda operante a Cornigliano, quasi per assurdo, era ed è la stessa che opera a Taranto: l’Ilva. Tutto questo dimostra che risollevare il territorio tarantino non è un’operazione impossibile e non è più rischioso di quanto lo sia già la situazione attuale. Probabilmente, ciò che manca è la presenza di giunte comunali, di qualunque colore politico, che abbiano il coraggio di portare una ventata di cambiamento e, letteralmente, di aria pulita attraverso azioni radicali. Cambiare Taranto si può.

di Pierfrancesco SERVIDIO (Laureato in Economia)

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