Come a Genova, anche a Taranto si può…

8 giugno 2010 alle 13:37 | Pubblicato su Lettere di 'Taranto libera' | Lascia un commento

di Pierfrancesco SERVIDIO

tratto da Giustitalia-Giugno 2010

Perchè protestare contro un’azienda che dà lavoro a tanti, tantissimi capofamiglia della provincia di Taranto e di province di altre regioni? Il processo è semplice: il lavoratore passa tutta la sua vita in uno stabilimento industriale ove, a fronte delle proprie prestazioni lavorative riceve in cambio un compenso monetario da, si fa per dire, investire per il sostentamento della famiglia e soprattutto dei figli ai quali ogni genitore auspica un futuro sereno e magari migliore del proprio. È il naturale evolversi della vita, la giusta scorrevolezza del processo chiamato ‘sviluppo’. Tuttavia, al giorno d’oggi questa condizione, definibile con la parola ‘stabilità’, sembra essere stata sostituita con allarmanti vocaboli quali precario, cassaintegrato e, peggio, licenziato. Il processo subisce bruscamente un blocco: l’azienda in crisi, riduce la propria produttività per far fronte alla crisi che attanaglia l’intero sistema economico mondiale, mantenendosi in vita anche a costo di vedere utili ridotti al minimo; l’operaio, quasi come una zatterra in mezzo alla tempesta, subisce il naturale ondeggiare del mare non sapendo per quanto tempo tale bufera si protrarrà e se ne uscirà mai vivo. Oggi la parola “crisi” riecheggia in tutto il globo, tanto da essere considerata una variabile economico-finanziaria mondialmente influente sulle performances di ogni attore economico. I problemi locali dunque, riproposti da questa angolazione potrebbero portare a riconsiderare le attuali politiche gestionali deliberate dall’Ilva. Se c’è crisi per tutti, deve esserci crisi anche a Taranto. Meno soldi uguale meno stipendi, un’equazione perfetta. Tale modello però, dà per scontato che l’unica variabile influente sulle tasche dei lavoratori sia quella meramente collegata all’andamento del sistema produttivo mondiale.In una economia liberale come la nostra, tutto questo per quanto non esente da errori strutturali, può essere giustificato. Ci sono problemi a Londra, New York,  Tokyo:  perchè  non  dovrebbero  esserci  problemi  a  Taranto? Tristemente, la “questione meridionale” prima e la “questione Taranto” poi, destabilizzano l’economia ionica in maniera ancor peggiore. Il problema del Sud è conosciuto e rinomato sin dal dopoguerra: il Meridione ha sempre dovuto inseguire la necessaria capacità produttiva, adattando al territorio sistemi di produzione di ricchezza obsoleti e antiquati. Un esempio tanto banale quanto efficace per esplicitare al meglio questo corollario, è quello di confrontare due maxipotenze economiche: Stati Uniti e Cina. La Cina, che si  è  sviluppata in maniera imponente negli ultimi anni, a fronte di una produttività invidiabile da qualunque Stato nel mondo, presenta notevoli problemi circa l’inquinamento ambientale, lo sfruttamento dei lavoratori, la sicurezza degli stessi. La necessità di sviluppo, in un Paese che solo qualche decennio fa era piuttosto povero, giustifica politiche sperequative prive di un vero supporto al cittadino. Produrre ad ogni costo, poi si vedrà come migliorare. Gli Stati Uniti, che hanno già superato questa “fase” della loro storia, possono permettersi, in virtù della loro ricchezza e del loro sviluppo, maggiori attenzioni verso elementi come l’ambiente, la sicurezza dei lavoratori e così via. Questo esempio su scala mondiale si può facilmente riadattare al contesto Italiano: il Nord Italia produce gran parte della propria ricchezza mediante la cessione a terzi di servizi (Milano, ad oggi, è la “capitale finanziaria” d’Italia, ad esempio) e  “coccola”  i  propri  cittadini  attraverso  il  divieto  alla  circolazione  degli autoveicoli quando alcune soglie di agenti inquinanti vengono superate. Il Sud, proprio a causa del suo continuo “arrancare”, non può permettersi di attuare politiche di questo tipo e deve subire un inquinamento perpetuo. La “questione meridionale” si può ricondurre alla “questione Taranto”: avrebbe senso vietare la circolazione degli autoveicoli a Taranto? Probabil- mente sarebbe il colmo. Non lo fanno neanche in Cina, consci del fatto che l’inquinamento deriva da altre fonti. Produrre per sopravvivere e per sviluppare al più presto altri metodi produttivi da sostituire agli attuali, questo è il dictat. Non essendo noi medici e non essendo neanche interessati a ripetere per l’ennesima volta i quantitativi di diossina, mercurio, pm10 ed IPA (Idrocrburi Policiclici Aromatici) che invadono la provincia di Taranto, vorremmo focalizzare il nostro discorso sulle questioni che riguardano gli operai dell’Ilva  a livello meramente economico. Perchè, se un dipendente porta a casa uno stipendio,ha comunque un ritorno concreto conseguente al lavoro svolto, anche se sottoposto a stress  fisico a causa della posizione lavorativa in un’area ad alto rischio tumorale. Il dipendente può mandare a scuola i figli, potrà pagar loro l’Università, potrà permettersi una macchina nuova. Qual è però il reale valore dello stipendio di un dipendente? Tutto ciò che entra mensilmente nelle tasche di un operaio riflette il reale potere d’acquisto dello stesso? A questo punto, è necessario introdurre ed esplicitare il concetto di esternalità negativa così come definita all’unanimità dagli economisti di tutto il globo: “Si ha esternalità negativa quando l’azione di un agente ha effetti indesiderati sulla funzione obiettivo di un altro agente e quest’ultimo non ha controllo su tale variabile”. In parole povere, quando il comportamento di un agente economico (ad esempio un’industria) influisce direttamente su un altro agente in maniera negativa (ad esempio l’inquinamento derivante dal processo produttivo che danneggia il lavoratore) ma questo danno non viene quantificato in termini monetari, allora si parla di esternalità negativa. I cittadini di Taranto e provincia subiscono danni continui, ma questi non sono quantificati negli stipendi degli operai! Non esiste una voce sullo stipendio che esprima la quota monetaria volta a rimborsare i danni che le aziende portano al territorio e quindi alle famiglie. Dunque, tale azione, non risulta quantificata in termini pecuniari anche se esistente.È necessario, a nostro parere, sensibilizzare le persone su questo aspetto in quanto espressione massima del danno riferibile agli aspetti economici di ogni famiglia. Le famiglie di Taranto e provincia probabilmente non sanno che parte del loro stipendio serve a finanziare una serie di costi, riferibili sia al singolo individuo sia all’intera collettività che rosicchiano in termini concreti parte del nominale stipendio ricevuto mensilmente. I costi relativi al singolo individuo si riferiscono alle spese sanitarie necessarie per curare le patologie derivanti dalla cattiva qualità dell’aria o dell’ambiente di lavoro; i costi che spettano alla collettività, invece, riguardano il necessario finanziamento di enti previdenziali, del servizio sanitario nazionale e degli altri settori economici che subiscono direttamente i danni derivanti dall’operato dell’Ilva. Tutti questi costi non vengono prelevati direttamente dalla busta paga del singolo lavoratore, ma non sfuggono neanche all’attento occhio dei professionisti cui spetta il compito di far quadrare i bilanci degli enti pubblici nelle sedi competenti. La sanità ad esempio, sempre più delegata alle regioni, dovrà attingere maggiormente in un territorio ad alto rischio ambientale come la Puglia rispetto a territori minormente esposti a patologie di questo tipo, comportando quindi, maggiori prelievi sotto forma di imposte. Più si sta male e più servono cure, più servono cure e più servono soldi per garantire un servizio di tipo assistenziale.
È un controsenso: in assenza di alternative, i cittadini devono “pagare per lavorare” anche se non se ne accorgono, cedendo parte del loro stipendio. Non è un problema insostenibile: tutti i Paesi che si sono trovati nella fase cosiddetta Medium Income  (a medio sviluppo), hanno superato questa situazione, subordinando i processi produttivi ad elevati standard ambientali volti innanzitutto a sviluppare politiche eticamente sostenibili nonchè mediante la creazione di forme di economia alternative che potessero pian piano affiancarsi ai colossi industriali, per poi gradualmente sostituirli. È un processo graduale certo, che a Taranto non ha mai preso vita portando la città e la provincia ad essere condannate a subire le fluttuazioni di un unico mercato, quello dell’acciaio dove opera l’Ilva, comportando dei rischi elevatissimi. Se al momento gli unici costi che la comunità sostiene sono quelli derivanti dalle esternalità negative esplicitate in precedenza, una ipotetica crisi specifica del settore dell’acciaio potrebbe portare il sistema industriale locale al collasso. Gli scenari al riguardo non sono rosei: storicamente, infatti, si è spesso assistito ad un utilizzo temporaneo di uno specifico materiale come fonte di energia per poi sostituirlo con elementi nuovi in virtù dei migliori benefici ad esso collegati, portando al graduale inutilizzo del precedente: il legname prima, il carbone poi, il petrolio adesso. Non di minore rilevanza il fatto cheun’economia maggiormente globalizzata premia i mercati ove il costo della manodopera risulta essere inferiore, spostando i processi produttivi verso aree terze. Fiat,  ad esempio, ha aperto stabilimenti produttivi in Polonia, danneggiando gli operai di altri centri produttivi come quello di Termini Imerese. L’errore è stato lo stesso: il sostentamento economico di quell’area era basato su un’unica azienda e quando questa ha deciso, in virtù di non opinabili politiche aziendali, di spostare i propri stabilimenti altrove è entrata in crisi e con essa tutte le famiglie dell’hinterland  siciliano. L’esperienza insegna quindi che non si deve concentrare il futuro di una comunità su un unico settore economico. Taranto, invece, sembra non considerare tali precedenti, tali conseguenze ma soprattutto le opportunità mancate. La Comunità Europea, ad esempio, ha finanziato numerose opere di bonifica del territorio in una città nei pressi di Genova – Cornigliano – che era afflitta dalle medesime problematiche vissute a Taranto. La chiusura dell’ ‘area a caldo’, unitamente alla proposta da parte delle istituzioni locali di sviluppo di forme di economia alternative ed ecocompatibili, ha permesso lo sblocco di numerosi fondi comunitari e statali che hanno rimesso a nuovo l’economia del territorio e della città (con opere di riqualificazione del tessuto urbano) senza far perdere il posto a nessuno dei 700 operai che lavoravano in quel reparto. Tali lavoratori, vennero infatti impiegati in progetti di pubblica utilità. L’azienda operante a Cornigliano, quasi per assurdo, era ed è la stessa che opera a Taranto: l’Ilva. Tutto questo dimostra che risollevare il territorio tarantino non è un’operazione impossibile e non è più rischioso di quanto lo sia già la situazione attuale. Probabilmente, ciò che manca è la presenza di giunte comunali, di qualunque colore politico, che abbiano il coraggio di portare una ventata di cambiamento e, letteralmente, di aria pulita attraverso azioni radicali. Cambiare Taranto si può.

di Pierfrancesco SERVIDIO (Laureato in Economia)

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