DIVERSIFICARE IN ATTIVITA’ ECONOMICHE PULITE

29 novembre 2010 alle 22:33 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

Sul Corriere del Giorno di sabato 27 novembre si possono leggere due interessanti contributi in merito alle prospettive di sviluppo del nostro territorio. Il primo è il resoconto del convegno promosso dall’associazione “Ambiente e Lavoro”, l’altro è l’intervento del prof. Federico Pirro. Nel corso dell’iniziativa svoltasi all’Hotel Delfino, si è a lungo parlato di green economy, argomento già affrontato dal nostro Comitato nel forum ospitato dal ‘’Corriere’’ il 4 novembre. Da parte sua, invece, il prof. Pirro ha additato all’ingenuità dell’opinione pubblica locale il nuovo clamoroso errore nel quale starebbe per precipitare: l’aeroporto.

Per cominciare ci concentreremo sul ragionamento del professore. In altra sede egli si è unito al coro di quanti hanno accolto la delibera CIPE sul finanziamento della piastra logistica del Porto di Taranto con entusiasmo. Certo, Pirro ha anche avvertito che si tratta di un’opportunità che le imprese locali devono saper cogliere prontamente e in maniera adeguata. Tuttavia, sa bene il prof. Pirro che la storia economica del nostro paese (dall’unificazione nazionale a quella europea) è stata caratterizzata da episodi ricorrenti di integrazioni commerciali, perseguite anche attraverso una più intensa dotazione infrastrutturale, cui ha fatto però seguito l’ulteriore dilatazione del divario fra aree a differente livello di sviluppo. Questa dinamica fu osservata e teorizzata per la prima volta non da pericolosi “estremisti”, ma dai cosiddetti nuovi meridionalisti (fra questi un governatore della Banca d’Italia e svariati altri grand commis d’Etat) nell’immediato dopoguerra.

Quello che Pirro non dice è che attraverso il potenziamento della dotazione infrastrutturale si ottiene in ogni caso una certa apertura del mercato. Ma quando questa avviene fra aree divergenti o (come nel nostro caso) concorrenti, il rischio è che, in assenza di sostegni, la più debole soccomba. Ora, dato che il porto esporrà in misura maggiore di quanto già non accada non solo il territorio della nostra provincia ma l’intero Mezzogiorno a flussi di merci dai paesi emergenti, c’è il serio pericolo che il tessuto imprenditoriale del Sud si disintegri ancor più di quanto non stia già accadendo in conseguenza della crisi internazionale. Questo perché il modello di specializzazione che caratterizza le regioni meridionali vede una netta prevalenza dei cosiddetti “settori tradizionali” (tessile, conciario, calzaturiero, mobile…), gli stessi in cui al momento è più intensa la concorrenza delle economie emergenti. E dato che non c’è verso per le nostre imprese di competere sui costi – a meno di non “cinesizzare” i livelli di sfruttamento e il tenore di vita dei lavoratori – gli esiti rischiano di essere drammatici.

Quindi ha ragione Pirro quando denuncia la strutturale debolezza del sistema produttivo della nostra provincia, ma non si capisce poi come un’ulteriore apertura di fatto ai mercati internazionali potrebbe contribuire a risolvere il problema. Il rischio è che lo aggravi – e il Porto diventerebbe così l’ennesima cattedrale che fa il deserto, poiché distribuirebbe qualche posto di lavoro, distruggendo in cambio capacità imprenditoriali. E allora perché porto sì e aeroporto no? Se Pirro fosse coerente con le sue premesse escluderebbe, in quanto artificiosa, questa dicotomia. E magari giungerebbe ad ammettere che qualsiasi intervento infrastrutturale di quell’ampiezza è, nella migliore delle ipotesi, inutile e, nella peggiore, dannoso se non viene accompagnato da una politica che promuova la diversificazione del sistema produttivo corrente a livello locale e dell’intero Mezzogiorno. Una diversificazione nel senso di produzioni più avanzate e, soprattutto, pulite.

Veniamo così alla questione della green economy, trattata nel convegno succitato. Interessanti gli spunti, ma siamo sempre lì: astratti progetti. Eppure proprio quei settori potrebbero (e dovrebbero) guidare quel processo di riconversione che noi auspichiamo! E allora ci chiediamo perché a tutt’oggi sono poche le iniziative relative a quei campi avviate nella nostra provincia (il campo del trattamento dei rifiuti, per esempio, è completamente trascurato)? Cosa manca agli imprenditori locali (o anche forestieri) per avviare un percorso virtuoso in quegli ambiti?

A nostro avviso vi è un’assenza fondamentale: la programmazione. La nascita di un’area caratterizzata da un certo tipo di presenza industriale, tanto più quando quest’ultima non è legata alle tradizioni produttive locali, non si improvvisa e non si ottiene spontaneamente. In altre parti d’Europa (si veda il caso di Essen, dove ancora insiste il principale stabilimento della Thyssen Krupp, in parte però chiuso e riconvertito negli anni scorsi) o del mondo alla base di progetti ambiziosi di riconversione vi è stato un lavoro lungo e faticoso, che ha visto impegnate istituzioni locali, regionali e nazionali, sindacati e imprese, associazioni di categoria e movimenti della società civile. Come si è concretizzato? Spesso sono state create agenzie ad hoc che si occupassero di reperire i fondi, di varare il piano generale, di studiare i progetti particolari e di distribuire le risorse (quasi sempre in forma di incentivi per le imprese che decidessero di investire nei settori privilegiati dall’opera di riconversione). In alcuni casi queste istituzioni hanno fatto anche formazione per i gruppi dirigenti delle nuove realtà produttive, hanno fornito assistenza tecnica e commerciale alle imprese soprattutto nella fase critica dell’avvio. A queste condizioni un percorso di riconversione è possibile.

Taranto può quindi sgravarsi del peso del siderurgico senza perdere un posto di lavoro e anzi migliorando la sua situazione economica. La chiusura dell’ILVA e degli altri stabilimenti inquinanti è quindi una priorità politica che però darebbe luogo, se perseguita nel giusto modo, a una straordinaria opportunità economica. Questo richiederà del tempo, ovviamente. Ma chi vorrà togliere alle persone che attualmente lavorano in fabbrica – in condizioni rischiose per la propria salute – la possibilità di vedere un giorno i propri figli diventare tecnici specializzati, ricercatori, dirigenti d’impresa? Chi ci accusa di essere “estremisti” e contro gli operai in realtà vuole creare un alibi per la propria inerzia e incapacità, spesso maschere del cinico interesse di chi ha tutto da perdere da una trasformazione come quella per cui noi ci battiamo. Noi siamo contro lo status quo e con gli operai, per la promozione sociale delle generazioni future.

Responsabile Settore Economia per Taranto libera

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GdM, 26 novembre 2010.

28 novembre 2010 alle 22:01 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

COMUNICATO STAMPA-RAPPORTO AMBIENTE E SICUREZZA ILVA 2010

26 novembre 2010 alle 01:22 | Pubblicato su Comunicati stampa | Lascia un commento

TARANTO LIBERA 25 NOVEMBRE 2010

Taranto libera con questo intervento intende rivolgersi al Presidente della regione Nichi Vendola, al Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e a tutta la stampa.
Questo comitato ha scelto di non essere presente in occasione della presentazione del rapporto Ambiente e Sicurezza 2010 tenutosi martedi 23 novembre nell’auditorium dell’azienda siderurgica. Il lavoro di Taranto libera prosegue mediante attecchimento del movimento nel tessuto sociale, affinchè si superi la protesta dei pochi e si attui un cambiamento alla radice.
Con questo intervento non intendiamo rivolgerci ad Ilva S.p.A. poiché riteniamo che questa azienda non abbia nulla da aggiungere, nulla da promettere e nulla da spiegare sulla presunta ecocompatibilità dei suoi impianti negli anni della sua permanenza a Taranto. Non possiamo fare altro che considerare ‘presunta’ questa eco compatibilità poiché  l’Ilva non è disposta ad aprire i suoi blindatissimi cancelli alla società civile, costituita da professionalità  in grado di fare valutazioni e osservazioni, in virtù’ di quella tanto millantata trasparenza, oggi termine alla moda, ma che solo alcuni coraggiosi rispettano.
L’Ilva, tuttavia, nonostante i suoi dichiarati sforzi per l’ambientalizzazione, emette il 98% del benzo(a)pirene rilevato. Non crediamo sia lecito, quindi, considerarci estremisti quando invitiamo le autorità competenti a provvedere al fermo degli impianti, ad avviare un processo di partnership anche con l’azienda perché si arrivi alla chiusura dell’area a caldo, riconvertendo le attività produttive e reimpiegando i dipendenti mediante un programma studiato e realizzato prima della effettiva chiusura degli impianti. Nei mesi scorsi questa azienda ha ben illustrato gli sforzi compiuti per l’ambientalizzazione degli impianti, mediante spot demagogici e pedagogici che hanno invaso le case di cittadini ignari, magari pure distratti. Le cifre elencate dall’Ingegner Buffo dell’Ilva, non danno alcuna indicazione sulla corrispondenza tra percentuale di abbattimento e sostanziale calo dell’inquinamento, non essendo chiara la produzione massima complessiva degli inquinanti stessi nel corso del ciclo produttivo. Ricordiamo, inoltre, che i dati forniti, certi e validati di cui parla l’Ilva, spesso altro non sono che il frutto di autocertificazioni fornite dall’azienda stessa che, come anche confermato da ISPRA, non vengono tecnicamente verificate mediante controlli incrociati dallo stesso ente che li raccoglie. L’ISPRA si limita a sollevare obiezioni che l’azienda può giustificare con un semplice e breve commento dai contenuti non documentati.
Al Presidente Vendola ricordiamo pero’ che il contenimento delle emissioni attraverso il controllo dei valori limite per tutti gli inquinanti, seguendo la strada dell’ambientalizzazione, non rappresenta in alcun modo una certezza rispetto alla reale tutela della salute umana. Gli aspetti tossicologici, estremamente complessi connessi agli effetti della combinazione di numerosi agenti inquinanti, impongono un atteggiamento politico di massima cautela, nel rispetto del principio fondamentale di precauzione, questo soprattutto tenuto conto della estrema vicinanza degli impianti industriali al centro abitato.
Secondo la Commissione europea, il ricorso al principio di precauzione si iscrive nel quadro generale dell’analisi del rischio e più particolarmente nel quadro della gestione del rischio che corrisponde alla presa di decisione. Il ricorso al principio di precauzione è giustificato quando riunisce tre condizioni, ossia: l’identificazione degli effetti potenzialmente negativi, la valutazione dei dati scientifici disponibili e l’ampiezza dell’incertezza scientifica. Quale decisione intende prendere il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola? La persistente assenza di un registro epidemiologico, poiché la Regione ha preferito ‘investire’ il denaro pubblico, anziché nella prevenzione, solo nella cura (con il San Raffaele del Mediterraneo), è sintomo di una maniera del tutto disallineata rispetto al resto dell’Europa, di concepire l’innovazione in ambito sanitario.
Ad Emma Marcegaglia diciamo, invece, che la riconversione industriale, la progettazione di nuovi scenari economici e lavorativi per Taranto, non solo rappresentano una necessità per questa città data l’estrema incertezza del mercato dell’acciaio, ma anche una grande opportunità per la definizione di nuove politiche di sviluppo sostenibile senza che si creino fratture nel mondo del lavoro ma allo stesso tempo rompendo col preesistente e superandolo. Si tratta di un percorso di responsabilità comune e condivisa che va nella direzione del bene collettivo, anche di quello dei futuri giovani industriali tarantini. La monocultura in generale non puo’ rappresentare una sicurezza in termini di stabilità economica. Quella dell’acciaio, poi, oltre ad essere per sua natura incerta, offre una dubbia qualità dell’occupazione che presenta forti esternalità negative. Queste si verificano quando il soggetto responsabile degli impatti negativi (Ilva) non corrisponde al danneggiato (operaio) un prezzo pari al costo del danno subito (malattie ‘professionali’).

L’opinione pubblica sta cambiando ed è per questo che andremo oltre la protesta superando la provocazione e la minaccia: anche i ‘leoni’, prima o poi, periscono.

Cronaca di un inquinamento annunciato. I veleni industriali e politici di Taranto

23 novembre 2010 alle 17:05 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

''Rapporto Ambiente e Sicurezza Ilva 2010''

di Maurizio Bolognetti, Radio Radicale.

Inchiesta sui veleni industriali e politici di Taranto 

“Cronaca di un inquinamento annunciato”

Nella Puglia di Vendola e nella Taranto di Stefano c’è un buco nero…si chiama Taranto.

Fra le interviste realizzate anche la testimonianza di un allevatore che lamenta la mancata costituzione di parte civile della Regione e del Comune in un processo contro i Riva(Ilva).

Le interviste

Daniela Spera(Taranto Libera) http://www.radioradicale.it/scheda/316027/cronaca-di-un-inquinamento-annunciato-intervista-a-daniela-spera-taranto-libera

Vincenzo Fornaro(Allevatore) http://www.radioradicale.it/scheda/316026/cronaca-di-un-inquinamento-annunciato-intervista-allallevatore-vincenzo-fornaro

Saverio De Florio(Ass. Malati infiammatori cronici e immunitari) e Roberto L’Imperio(avvocato) http://www.radioradicale.it/scheda/316052/taranto-cronaca-di-un-inquinamento-annunciato-interviste-a-saverio-de-florio-e-roberto-limperio

Cara Emma, ti scrivo..

23 novembre 2010 alle 02:59 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

Taranto Sera (22 e 23 novembre). Il presidente di Confindustria  Taranto, Sportelli, scrive ad Emma Marcegaglia ma risponde a questo nostro intervento:

uscire-dalla-monocultura-dellacciaio

Ecco la commovente lettera che Sportelli scrive alla Marcegaglia, notare i passaggi salienti:

Cara Emma, ti scrivo…

Cara Presidente,la tua visita a Taranto è per noi industriali motivo di orgoglio e di grande piacere.

Seguiamo da vicino, fin dal primo momento del tuo insediamento,i tuoi puntuali interventi a sostegno del tessuto imprenditoriale e le tue esortazioni alla buona politica.Apprezziamo gli stimoli che cerchi, con la misura ed il rigore morale che ti contraddistinguono,di imprimere in un Sistema Paese troppo spesso impegnato in dispute troppo distanti dalle nostre sacrosante necessità. Accogliamo con ulteriore favore la tua presenza proprio in virtù dell’importanza che l’evento che ti vede illustre ospite riveste per l’Ilva ma, in questo momento ancor di più, per l’intera città.

La sicurezza, l’ambiente, ciò che in un solo termine indichiamo come ecocompatibilità, costituiscono infatti i leit motiv di tutte le scelte che oramai da anni gli attori istituzionali,sociali, economici del territorio, per i noti problemi di carattere ambientale che ci riguardano, cercano di operare nel rispetto della salute e del lavoro, binomio apparentemente ovvio ma in realtà difficile da raggiungere e mantenere.L’obiettivo è imprescindibile e condivisibile: coniugare alle best practices applicate ai cicli produttivi il mantenimento dell’occupazione e lo sviluppo conseguente di una economia “sostenibile”.Tu sai, cara Presidente, come tale obiettivo sia stato e continui ad essere fondamentale in tutte le azioni messe in atto da questa Confindustria, lontana da estremismi pseudo ambientalisti che vedono nella chiusura delle grandi fabbriche la soluzione a tutti i mali ma altrettanto distante da una cultura industrialista tout court che abbiamo da tempo consegnato alla storia.

Quella che ci appartiene, oggi, è una concezione totalmente diversa del modo di fare impresa rispetto al passato: più moderna, più equilibrata, più vicina alle trasformazioni del mercato ma anche alle esigenze dell’ecosistema all’interno del quale il mercato si muove.

Ciononostante, ci ritroviamo a combattere ogni giorno con un clima preconcetto di diffidenza verso quelle progettualità di carattere industriale che concorrono ad incrementare lavoro e occupazione: è il caso degli investimenti Eni, che hanno finora subito veti incrociati da una parte delle istituzioni in nome di presunti rischi ambientali; sul fronte Ilva, invece, sebbene la questione sia molto più complessa, sembrano non far testo i quattro miliardi di euro spesi dall’azienda nell’arco di quindici anni per l’ammodernamento degli impianti, in vista del raggiungimento di quegli obiettivi di sicurezza ed eco compatibilità (….continua)

l’articolo è a pag 13 di Taranto Sera

tasera-sportelli

*Presidente

Confindustria Taranto

Luigi Sportelli*



Il cuore di Taranto

22 novembre 2010 alle 23:57 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | 6 commenti

Ecco uno dei numerosi segnali di voglia di rinascita.

Siamo particolarmente lieti di offrirvi questa testimonianza. Possiamo dire che l’ iniziativa ”Riconversione Culturale”, portata avanti da Taranto libera e Radio Attivi, ha ridato voce ad una nuova coscienza che è il cuore dell’iniziativa Referendaria promossa dal comitato Taranto Futura.

Il Referendum consultivo sulla possibilità di pensare ad una Taranto libera dal degrado ambientale e culturale prodotti dal siderurgico (e non solo), viene costantemente ostacolato dai partiti (tranne rare eccezioni) dai maggiori sindacati e da confindustria, che invece difendono la grande industria e contribuiscono a mantenere lo status quo. Comprendiamo le ragioni, seppur non condivise, dell’Ilva che gestisce i suoi profitti ‘a distanza’, ma ci risulta molto difficile immaginare le motivazioni che spingono i soggetti sopra menzionati ad offrire ai propri figli e alle generazioni future tanta incertezza. Ebbene, loro hanno ragione, sanno che non vi è alcuna necessità di proporre altro poichè la città non chiede altro. Sanno che la Riconversione Industriale passa per quella Culturale, e sanno che solo questo processo puo’ fare la differenza.

Allora, c’era una volta il referendum? Noi rispondiamo cosi’: non ci fermerete!

La testimonianza:

”Vorrei sollevare una questione circa il referendum sull’Ilva. Esiste la possibilità di votare anche a distanza o di mettere per iscritto in un documento ufficiale le proprie preferenze a causa dell’impossibilità di essere presenti a Taranto nel periodo del referendum?

Sono uno studente Tarantino fuori sede, studio Microelettronica e Nanotecnologie, e da febbraio a settembre 2011 sarò (purtroppo… ma anche per fortuna!) negli Stati Uniti a fare uno stage in un laboratorio della Nasa, per di più su un progetto di nuove tecnologie per celle solari (insomma i pannelli fotovoltaici), giusto per rimanere in tema ambientalista!

Considero questo referendum come il voto più importante della mia vita, perchè amo la mia città e sono totalmente certo che la rinascita di Taranto passa imprescindibilmente dalla chiusura degli stabilimenti di industria pesante che ben conosciamo e da un cambio di rotta radicale dell’economia, della gestione e della mentalità di Taranto e dei Tarantini stessi.

Come me penso ci siano molti altri tarantini che sono via da taranto per studio o per lavoro, e che potrebbero essere impossibilitati a venire a votare. Pensate che sia possibile trovare un sistema per permetterci di votare lo stesso? Purtroppo come ben sappiamo i sostenitori del NO hanno dalla loro parte il perverso diritto di non votare cercando di non far raggiungere il QUORUM per far fallire tutto.

In questi anni di università ho vissuto a Torino per 4 anni, sono stato in Francia per 6 mesi e ora mi trovo in Svizzera…. ho potuto confrontare la realtà in cui ho vissuto per 20 anni con altre molto diverse… Posso dire che un luogo come Taranto e il suo territorio (come il resto della Puglia per altro) è un tesoro come pochi altri posti in europa, gia solo di turismo (puntando soprattutto ad un turismo internazionale) si potrebbero fare grandi cose! Anche dal punto di vista di nuovi sviluppi industriali ho potuto vedere vari esempi emblematici, che potrebbero far pensare a possibili alternative… a Grenoble, dove sono stato in Francia esiste per esempio un’industria di Microelettronica chiamata STM, grande forse 1/30 dell’ilva (due grandi capannoni) che dà lavoro diretto a 1200 persone e crea un indotto di 4000 posti di lavoro, impatto ambientale bassissimo, miliardi di euro di fatturato in nuove tecnologie e forte richiesta di giovani laureati …. insomma, avrei molte cose da dire anche nel progetto “Riconversione Culturale”

Porto nel cuore il sogno di poter fare prima o poi qualcosa… ma finchè il “mostro” sarà li penso che nulla potrà mai cambiare.

Dario

Uscire dalla monocultura dell’acciaio

17 novembre 2010 alle 11:38 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | 1 commento

Corriere del giorno 16 novembre 2010

Confindustria non è padrona di Taranto

15 novembre 2010 alle 12:09 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | 1 commento

Taranto libera

Replica a Vincenzo Cesareo

Vincenzo Cesareo, presidente della sezione metalmeccanici di Confindustria, ha rilasciato un’intervista sul Corriere del Giorno del 13 novembre 2010 nella quale auspica il raddoppio di Cementir e l’installazione della nuova centrale Enipower, ritenendo inammissibile l’intervento delle Istituzioni (che definisce ‘terzi’) sulle relative problematiche ambientali. Il Comitato Taranto libera intende replicare a questo intervento.

1)           Relativamente al rapporto annuale di Legambiente che induce Cesareo a concludere che Taranto non è la città più inquinata d’Italia, si specifica che tale rapporto è relativo all’Ecosistema Urbano e stila una classifica basata su “tutte le componenti ambientali presenti in una città”, dove per componenti ambientali si intendono evidentemente quelle normalmente presenti in un centro urbano. Il rapporto non ha valore scientifico e non tiene conto dell’inquinamento provocato da attività industriali e relativamente al quale l’ARPA ha confermato la provenienza del 98% del benzo(a)pirene (che è solo uno dei tanti inquinanti prodotti), proprio dalla cokeria Ilva. Ricordiamo che il benzo(a)pirene è un potente cancerogeno accertato.

2)           Vogliamo, inoltre, spiegare a Cesareo che gli effetti dell’inquinamento non si valutano solo tramite rapporti stilati monitorando gli agenti inquinanti ma soprattutto attraverso una raccolta sistematica di dati sanitari relativi a tutte le patologie inquinamento–correlate (tumori, leucemie, malattie respiratorie, malattie auto-immuni), che permetta di valutare il reale impatto che un’attività produttiva definita per legge inquinante ha sulla popolazione, nel pieno rispetto dei principi contenuti nell’Agenda 21 Locale che è il processo di partnership attraverso il quale Enti locali e settori della comunità locale collaborano per definire piani d’azione al fine di perseguire un miglioramento della qualità dell’ambiente, della salute e dello sviluppo. I primi dati disponibili dimostrano che Taranto è una città nella quale l’allarme sanitario è tale da richiedere un intervento immediato in termini di abbattimento definitivo delle attività inquinanti presenti sul nostro territorio. Confindustria invece ritiene questo aspetto irrilevante rigettando l’intervento degli Enti locali, tanto da ricordare, con vena nostalgica, la mancata autorizzazione all’avvio del progetto Taranto plus, un progetto fortunatamente cancellato che prevedeva un incremento spaventoso delle emissioni inquinanti con ulteriore grave danno all’ambiente.

3)           La perdita di unità lavorative, a cui Cesareo (che non ha ben chiaro il concetto di green economy) fa riferimento, conferma ancora una volta, quanto il settore siderurgico sia in rapido declino ed evidenzia la necessità di attuare quanto prima un piano di riconversione delle attività di sviluppo basate su alternative alla monocoltura dell’acciaio. La crisi occupazionale potrebbe altrimenti rivelarsi irreversibile e totalmente imputabile a chi ostacola lo sviluppo di attività ecosostenibili, comprese quelle relative alla produzione di energie rinnovabili nel pieno rispetto delle aree destinate all’agricoltura. Confindustria invece rilancia attività che vanno nella direzione opposta a quella dell’eco sostenibilità.

4)           Inoltre questo comitato non osa commentare la solerzia con cui il presidente Cesareo sostiene il San Raffaele come possibilità di sviluppo per il nostro territorio, non sapevamo che la materia sanitaria fosse disciplina prettamente industriale.

5)           Ricordiamo, infine, a Confindustria che non è padrona di Taranto e che la presenza della Pubblica amministrazione dovrebbe anzi essere più costante e decisiva come anche l’intervento di tutte le Istituzioni, senza dimenticare il fondamentale confronto con la cittadinanza, nell’ottica della salvaguardia dell’ambiente, della salute e di un lavoro compatibile con la vita.

Questo intervento è stato inviato al Corriere del Giorno il 14 novembre 2010.

ENI, IL GIOCO DELLE TRE CARTE

12 novembre 2010 alle 22:20 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

INTERROGAZIONE ALLA REGIONE DELLA CONSIGLIERA COMUNALE FILOMENA  VITALE

con la collaborazione di Taranto libera.

Ed ecco che, dopo miriadi di tavoli concertativi, serrati confronti su ipotesi di sviluppo, dispendio di risorse ed energie per parlare della nostra incantevole città e della necessità di creare nuova occupazione nell’ottica dell’ecosostenibilità, perché “pulito è bello”, quale proposta viene lanciata dalle categorie sindacali CGIL, CISL, UIL, per lo sviluppo del territorio e i relativi investimenti da effettuare? Non avremmo mai sperato in tanta lungimiranza, senso innovativo, acume politico-strategico, invece è proprio così: Taranto, secondo loro, deve puntare su una mega centrale termoelettrica di potenza tripla rispetto a quella esistente e produrre così energia elettrica cinque volte superiore alla produzione attuale, per consentire all’impianto stesso di funzionare meglio. Va sottolineato che la nuova centrale termoelettrica non sostituirà quella già in esercizio all’interno della raffineria, se non in alcune delle sue parti più obsolete funzionanti ad olio combustibile. Rimangono invece in esercizio caldaie e turbine per una potenza di circa 67 MWe (alimentate sempre ad olio combustibile) che, sommata ai 240 MWe della nuova centrale, ne triplicano la potenza (da 87 a 300 MWe). Ecco, questa è la mega proposta dei nostri interlocutori direttamente dalla “Consulta dello Sviluppo” 22 ottobre 2010.
Ma a cosa valgono le battaglie per salvaguardare la salute e la qualità della vita dei cittadini, se continuano a prevalere indifferenza e mancanza di rispetto per un territorio che ha offerto tutto se stesso per servire la causa della nazione? A nulla sembra che valgano gli appelli accorati, le richieste di ascolto che la società civile, la cittadinanza attiva rivolge ai propri rappresentanti istituzionali per tutelare diritti rubati. E’ il caso, ad esempio, della richiesta che il Comitato cittadino Taranto libera insieme alla consigliera comunale Vitale Filomena, ha inoltrato il giorno 6 settembre 2010 al consigliere regionale Francesco Laddomada affinchè presentasse un’interrogazione all’assessore regionale all’Ambiente Nicastro sulla centrale termoelettrica EniPower e connesso metanodotto. A parte il fatto che, a tutt’oggi, non è ancora pervenuta alcuna risposta, nonostante si trattasse
di un’interrogazione urgente; come se non bastasse, il consigliere Laddomada ha pensato bene di stravolgerne il testo, perché, secondo il suo parere a quanto pare, il testo originario avrebbe potuto urtare la sensibilità dell’Assessore. Nulla a che vedere, per carità, con il ragionier Giandomenico Fracchia di fantozziana memoria. Ma che tipo di timore reverenziale ha potuto impedire al consigliere Laddomada di presentare, così come da lui promesso, l’interrogazione urgente nella forma e nei contenuti proposti?
Il quesito, che non lede la professionalità o la buona fede di alcuno, fa riferimento a due atti tra loro in contraddizione.
Ovvero, da una parte l’assessore Nicastro inoltra all’Avvocatura regionale la richiesta di impugnativa, dinanzi al TAR Lazio, del Decreto Ministeriale n. 209 del 26 aprile scorso, con cui il Ministero dell’Ambiente, di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha espresso giudizio favorevole sulla pronuncia di compatibilità ambientale presentata dalla società ENI Power S.p.A., concernente la realizzazione di una centrale a ciclo combinato da 240 MWe all’interno della Raffineria ENI di Taranto. A tal riguardo, lo stesso assessore Nicastro afferma: “A nostro avviso il decreto in questione è stato emanato senza tenere in debita considerazione il parere negativo espresso dalla Regione Puglia sulla realizzazione di tale impianto in un’area, fortemente antropizzata, già compromessa da elevati livelli di inquinamento e per questo dichiarata, per legge, ad grave rischio di crisi ambientale”. “Tra l’altro – continua l’Assessore – la proposta di ENI, pur contemplando alcuni interventi di miglioramento ambientale, quale ad esempio la conversione dell’attuale centrale ad olio con altra alimentata a gas naturale, prevede un aumento di produzione di energia elettrica superiore, di ben 5 volte, a quello attuale, il che, come è facilmente comprensibile, comporterebbe un sensibile aumento di emissioni di gas climalteranti, in aperto contrasto con le previsioni del PianoEnergetico Ambientale Regionale, aspetto quest’ultimo non adeguatamente valutato nell’ambito dello Studio di Impatto Ambientale”.
Dall’altra, la Regione Puglia, concede tutte le autorizzazioni per la costruzione di un ramo di metanodotto utile al trasporto di gas metano funzionale all’alimentazione della Centrale Enipower da 240 MWe. Allora ci si è chiesti: “Ma se la Regione ha impugnato dinanzi al TAR il Decreto Ministeriale che permette la costruzione della Centrale EniPower da 240 MWe, che senso ha autorizzare la costruzione di un metanodotto che dovrebbe trasportare gas metano per alimentare quella stessa centrale termoelettrica contro il cui ampliamento si è fatto ricorso?”
Quindi, a rigor di logica, occorrerebbe revocare le autorizzazioni concesse per la realizzazione del metanodotto.
Insomma, è come se si impone di demolire un edificio pericolante, ma nel contempo si autorizza la costruzione degli impianti elettrici per quello stesso edificio che dev’essere abbattuto.

Riconversione culturale

9 novembre 2010 alle 00:51 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | 1 commento

Primo appuntamento:

CURATO DA

TARANTO LIBERA E RADIOATTIVI

Taranto è la nostra città. Una città che da oltre mezzo secolo subisce gli effetti di un pesante inquinamento.

Anni di denunce ci hanno dato consapevolezza inducendoci  a familiarizzare con una realtà che condiziona la nostra esistenza. Taranto è condannata? Da cosa dipende la rinascita di questa città?

La classe dirigente è stata incapace di pensare ad una riconversione industriale, andando oltre l’acciaio, andando oltre le attività inquinanti. La rinascita di Taranto ora dipende dalla capacità che ognuno di noi ha di manifestare questa voglia di cambiamento, dal desiderio di mettere in atto appunto una riconversione culturale, partecipando attivamente.

‘Riconversione culturale’ è infatti un progetto nato con l’intento di aprire un dibattito sulla possibilità di pensare ad una Taranto non piu’ riconosciuta come terra di fumi e di malattie.

Una ‘Riconversione culturale’ è quanto si deve pretendere per trasformare Taranto in una terra viva, dinamica che partecipi attivamente alla propria riscossa. Così l’arte si mette al servizio della città come mezzo per arrivare ai giovani, agli interlocutori ed attori del futuro di questa città. Cosa vogliamo per la nostra città? Saranno i giovani a dirlo.

Taranto libera e Radio Attivi annunciano l’avvio del progetto attraverso la presentazione della rassegna di eventi che vedono la partecipazione di artisti che offriranno spunti di riflessione nel corso della loro performance. Il progetto prevede anche la proiezione di filmati che saranno seguiti da un dibattito. Al progetto collaborano: Associazione Tamburi 9 luglio 1960, Taranto Ciclabile, Meetup Grilli MoVimento Taranto, Associazione Malati Infiammatori Cronici, Associazione La Fontanella, CoriTa.

 

 

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