DIVERSIFICARE IN ATTIVITA’ ECONOMICHE PULITE

29 novembre 2010 alle 22:33 | Pubblicato su Le Azioni di 'Taranto libera' | Lascia un commento

Sul Corriere del Giorno di sabato 27 novembre si possono leggere due interessanti contributi in merito alle prospettive di sviluppo del nostro territorio. Il primo è il resoconto del convegno promosso dall’associazione “Ambiente e Lavoro”, l’altro è l’intervento del prof. Federico Pirro. Nel corso dell’iniziativa svoltasi all’Hotel Delfino, si è a lungo parlato di green economy, argomento già affrontato dal nostro Comitato nel forum ospitato dal ‘’Corriere’’ il 4 novembre. Da parte sua, invece, il prof. Pirro ha additato all’ingenuità dell’opinione pubblica locale il nuovo clamoroso errore nel quale starebbe per precipitare: l’aeroporto.

Per cominciare ci concentreremo sul ragionamento del professore. In altra sede egli si è unito al coro di quanti hanno accolto la delibera CIPE sul finanziamento della piastra logistica del Porto di Taranto con entusiasmo. Certo, Pirro ha anche avvertito che si tratta di un’opportunità che le imprese locali devono saper cogliere prontamente e in maniera adeguata. Tuttavia, sa bene il prof. Pirro che la storia economica del nostro paese (dall’unificazione nazionale a quella europea) è stata caratterizzata da episodi ricorrenti di integrazioni commerciali, perseguite anche attraverso una più intensa dotazione infrastrutturale, cui ha fatto però seguito l’ulteriore dilatazione del divario fra aree a differente livello di sviluppo. Questa dinamica fu osservata e teorizzata per la prima volta non da pericolosi “estremisti”, ma dai cosiddetti nuovi meridionalisti (fra questi un governatore della Banca d’Italia e svariati altri grand commis d’Etat) nell’immediato dopoguerra.

Quello che Pirro non dice è che attraverso il potenziamento della dotazione infrastrutturale si ottiene in ogni caso una certa apertura del mercato. Ma quando questa avviene fra aree divergenti o (come nel nostro caso) concorrenti, il rischio è che, in assenza di sostegni, la più debole soccomba. Ora, dato che il porto esporrà in misura maggiore di quanto già non accada non solo il territorio della nostra provincia ma l’intero Mezzogiorno a flussi di merci dai paesi emergenti, c’è il serio pericolo che il tessuto imprenditoriale del Sud si disintegri ancor più di quanto non stia già accadendo in conseguenza della crisi internazionale. Questo perché il modello di specializzazione che caratterizza le regioni meridionali vede una netta prevalenza dei cosiddetti “settori tradizionali” (tessile, conciario, calzaturiero, mobile…), gli stessi in cui al momento è più intensa la concorrenza delle economie emergenti. E dato che non c’è verso per le nostre imprese di competere sui costi – a meno di non “cinesizzare” i livelli di sfruttamento e il tenore di vita dei lavoratori – gli esiti rischiano di essere drammatici.

Quindi ha ragione Pirro quando denuncia la strutturale debolezza del sistema produttivo della nostra provincia, ma non si capisce poi come un’ulteriore apertura di fatto ai mercati internazionali potrebbe contribuire a risolvere il problema. Il rischio è che lo aggravi – e il Porto diventerebbe così l’ennesima cattedrale che fa il deserto, poiché distribuirebbe qualche posto di lavoro, distruggendo in cambio capacità imprenditoriali. E allora perché porto sì e aeroporto no? Se Pirro fosse coerente con le sue premesse escluderebbe, in quanto artificiosa, questa dicotomia. E magari giungerebbe ad ammettere che qualsiasi intervento infrastrutturale di quell’ampiezza è, nella migliore delle ipotesi, inutile e, nella peggiore, dannoso se non viene accompagnato da una politica che promuova la diversificazione del sistema produttivo corrente a livello locale e dell’intero Mezzogiorno. Una diversificazione nel senso di produzioni più avanzate e, soprattutto, pulite.

Veniamo così alla questione della green economy, trattata nel convegno succitato. Interessanti gli spunti, ma siamo sempre lì: astratti progetti. Eppure proprio quei settori potrebbero (e dovrebbero) guidare quel processo di riconversione che noi auspichiamo! E allora ci chiediamo perché a tutt’oggi sono poche le iniziative relative a quei campi avviate nella nostra provincia (il campo del trattamento dei rifiuti, per esempio, è completamente trascurato)? Cosa manca agli imprenditori locali (o anche forestieri) per avviare un percorso virtuoso in quegli ambiti?

A nostro avviso vi è un’assenza fondamentale: la programmazione. La nascita di un’area caratterizzata da un certo tipo di presenza industriale, tanto più quando quest’ultima non è legata alle tradizioni produttive locali, non si improvvisa e non si ottiene spontaneamente. In altre parti d’Europa (si veda il caso di Essen, dove ancora insiste il principale stabilimento della Thyssen Krupp, in parte però chiuso e riconvertito negli anni scorsi) o del mondo alla base di progetti ambiziosi di riconversione vi è stato un lavoro lungo e faticoso, che ha visto impegnate istituzioni locali, regionali e nazionali, sindacati e imprese, associazioni di categoria e movimenti della società civile. Come si è concretizzato? Spesso sono state create agenzie ad hoc che si occupassero di reperire i fondi, di varare il piano generale, di studiare i progetti particolari e di distribuire le risorse (quasi sempre in forma di incentivi per le imprese che decidessero di investire nei settori privilegiati dall’opera di riconversione). In alcuni casi queste istituzioni hanno fatto anche formazione per i gruppi dirigenti delle nuove realtà produttive, hanno fornito assistenza tecnica e commerciale alle imprese soprattutto nella fase critica dell’avvio. A queste condizioni un percorso di riconversione è possibile.

Taranto può quindi sgravarsi del peso del siderurgico senza perdere un posto di lavoro e anzi migliorando la sua situazione economica. La chiusura dell’ILVA e degli altri stabilimenti inquinanti è quindi una priorità politica che però darebbe luogo, se perseguita nel giusto modo, a una straordinaria opportunità economica. Questo richiederà del tempo, ovviamente. Ma chi vorrà togliere alle persone che attualmente lavorano in fabbrica – in condizioni rischiose per la propria salute – la possibilità di vedere un giorno i propri figli diventare tecnici specializzati, ricercatori, dirigenti d’impresa? Chi ci accusa di essere “estremisti” e contro gli operai in realtà vuole creare un alibi per la propria inerzia e incapacità, spesso maschere del cinico interesse di chi ha tutto da perdere da una trasformazione come quella per cui noi ci battiamo. Noi siamo contro lo status quo e con gli operai, per la promozione sociale delle generazioni future.

Responsabile Settore Economia per Taranto libera

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