Il Comitato Taranto libera dice…

20 febbraio 2011 alle 10:30 | Pubblicato su Lettere di 'Taranto libera' | 2 commenti

di Roberta Villa (Responsabile della Comunicazione).

Cari amici miei,

dopo questa intensissima mattinata, ho trascorso il resto della giornata pensando a noi. Mi sono chiesta cosa volesse dire ‘davvero’ gioco di squadra…possiamo dire finalmente di essere una squadra?

Se vogliamo dare una definizione ‘googleiana’ (estrapolata da Internet) di lavoro di squadra, possiamo dire che “è l’abilità di lavorare insieme verso una visione comune. L’abilità di dirigere ogni realizzazione individuale verso un obiettivo organizzato. E’ il carburante che permette a persone comuni di ottenere riultati non comuni”…esattamente…

ciò che stiamo facendo è tutt’altro che comune!

L’altrui malpensiero ci dice che non possono esistere persone capaci di impegnarsi per il bene di tutti, senza velleità politiche (nel senso più basso del termine) e senza un tornaconto economico o di immagine.

Eppure, nonostante la diffidenza che ci circonda, questo gruppo di persone sembra essere stato plasmato proprio per raggiungere quell’obiettivo tanto agognato: la riconversione industriale dell’Ilva.

Tramite la collaborazione, riusciamo a far emergere il meglio di ognuno, sopperendo ai difetti ed esaltando invece i pregi. Questo ha comportato l’accettazione anche dei limiti degli altri.

Chissà, ho pensato, quali saranno state le motivazioni che hanno spinto ognuno di noi ad intraprendere questa avventura?

Gravi problemi sanitari? Amore per la città? Voglia di riscatto? O semplicemente il bisogno di sentirsi parte di qualcosa che va al di là della routine di tutti i giorni, di contribuire alla realizzazione di un’impresa straordinaria?

Qualunque sia l’origine di questa spinta interiore a collaborare, uniti verso un unico obiettivo e qualunque sia il futuro che ci attende, dopo un anno di intensa attività, sento il bisogno di dirvi GRAZIE!

GRAZIE SORELLE D’AMATO (Rosa e Maria Teresa) PER LA PASSIONE CHE CI INFONDETE!

GRAZIE ALDO PER IL TUO APPOGGIO INCONDIZIONATO E PER AVER MESSO A DISPOSIZIONE DI TUTTI LA TUA ATTIVITA’ DI FOTOGRAFO!

GRAZIE ANGELO PER LA TUA UMILTA’ E PER LA TUA ESTREMA DISPONIBILITA’!

GRAZIE GINO PER I TUOI PACATI ED IMPECCABILI CONSIGLI!

GRAZIE SALVATORE…GRAZIE ANNAMARIA…GRAZIE ALLA NOSTRA CANTANTE GRAZIA!

E PER FINIRE…GRAZIE DANIELA, A MODO TUO, COME UN ALLENATORE CON LA SUA SQUADRA, CI ACCOMPAGNI IN QUESTA DIFFICILE PARTITA e come un allenatore che si rispetti, sei sempre soggetta a critiche spietate!

La progettazione e la realizzazione del convegno “SOLE TERRA VENTO” che si è tenuto questa mattina, ci ha assorbito per mesi, ha richiesto l’impegno di tutti, nell’ambito delle proprie competenze e nei limiti del tempo a disposizione di ognuno di noi. Mesi di ricerca, di valutazione, di lunghissime telefonate (e Teresa avrebbe tanto da raccontare!), di animate discussioni tra noi, di studio per la migliore forma di comunicazione e per il messaggio da lanciare…per non parlare dell’impegno nella stampa di tutto il materiale pubblicitario.

Insomma, possiamo definirci una vera e propria catena di montaggio? (giusto per rimanere in tema di fabbrica!)

Un lungo lavoro che ci ha portato ad esplicitare chi siamo davvero e cioè un gruppo di semplici cittadini, conosciuti su un ‘banale’ social network (che banale non è proprio per niente) e che ha iniziato questo lavoro di squadra,come se tutto fosse destinato e portasse dritti dritti verso l’obiettivo. La lotta è dura, gli attacchi esterni alla nostra buonafede sono all’ordine del giorno e non sempre è facile reagire, a volte la stanchezza prende il sopravvento, ma non dobbiamo mai dimenticare l’importanza di ogni nostro contributo…anche del più piccolo.

Beh…ragazzi…come concludere?

BUONA RICONVERSIONE A TUTTI!!!

19 FEBBRAIO 2011

ROBERTA

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I sindacati ammettono l’emergenza ma accusano i Referendari di creare false illusioni..

8 ottobre 2010 alle 09:53 | Pubblicato su Lettere di 'Taranto libera' | Lascia un commento

”Contraddizioni”

di Rosa D’Amato (Coordinamento Taranto libera)

”Sono amareggiata, ma non demoralizzata. Dalle dichiarazioni di oggi e dal comunicato della CGIL , io sottolineo ancora una volta :
1. L’ammissione di incapacità e di mancanza di volontà ad affrontare la questione salute/lavoro degli operai e cittadini di Taranto . Mi spiego. Affermare che tutti firmerebbero per il ‘SI’ se avessero la certezza di un altro posto di lavoro, vuol dire ammettere che lo stato attuale della fabbrica e della città non sono accettabili da alcun lavoratore e cittadino!
Ma come, la fabbrica non era all’avanguardia, rispettosa delle leggi? I tumori non erano forse una nostra invenzione? Allora perchè i cittadini e gli operai in primis dovrebbero firmare per il ‘Si’, se felici del loro posto fisso, in un ambiente salubre, in una fabbrica di cui essere orgogliosi?
2. Ci sono accuse ben precise nei confronti dei referendari, abbiamo ingannato i cittadini durante la raccolta firme. Questa è una offesa alla nostra onestà!
3. I veri ingannatori sono loro, sindacati, politici che diffondono l’illusione di rendere la fabbrica compatibile con la città! Ed infine dietro a quel “ora rimane aperta la strada dell’ambientalizzazione” cosa c’è? Perchè non lo era anche prima? O devo pensare che se il Referendum avesse portato (o porterà, io ancora ci spero) alla vittoria dei ”Si” , i Sindacati avrebbero cambiato idea? E si, non avrebbero potuto far finta di nulla, non avrebbero potuto restare sordi alle grida di una intera città!
FORZA RAGAZZI, NON MOLLIAMO! NON FINISCE QUI !
(Foto aggiunta da D. Spera)

ANDARE O RIMANERE?

25 luglio 2010 alle 17:07 | Pubblicato su Lettere di 'Taranto libera' | 1 commento

Domenica 25 luglio alle 17.21
Domenico Cinquegrana

Nessun vittimismo, nessuna voglia di piangersi addosso…il tempo scorre e ho fretta. Perché capita sempre più spesso di fermarsi e ragionare: andare o rimanere? tutto inutile, la vita farà il suo corso e deciderà per me. Ma è brutta la sensazione che scorre nelle vene, che ti rende schiavo della tua città…un rapporto di amore e odio. Una sensazione che ti trasforma gli amici in nemici, le certezze che avevi come neve al sole. Solo contro tutti, con le spalle al muro e con una gran rabbia dentro. Come fate a capire che le cose non vanno? Come fare a stare dalla parte di chi ci inquina e ci sfrutta? Poi, passa la rabbia e aumenta la voglia di andare via…come tanti amici. Senza tanti problemi o scrupoli, andare e non girarsi indietro. Resettare il passato e iniziare una nuova vita. Anzi, con la possibilità di tornare, di incontrare chi è rimasto e provare persino nostalgia per questo vuoto che ci circonda.
Perché è difficile vivere in una città che non si occupa dei propri giovani, una città ricca di intellettuali sempre dalla parte della soluzione sbagliata, di piccole e grandi logiche clientelari…ti interessi ai convegni, partecipi alle riunioni, ti siedi affianco a gente come te e ti chiedi:” da che parte sta?con me o contro di me?”. Inizi a guardare con sospetto persone da sempre amiche e sorridenti. La verità devasta, rompe lo status quo, è rivoluzionaria ex se…non lascia spazio ai sentimenti. E mi sorge una domanda: ma voi non avete figli? Non avete paure? Credete davvero che il male tocca solo il vicino e mai voi? E inizio, così, a distinguere chi sapeva da chi era ignaro. Con grande pena per i secondi.
Strana poi la sensazione che si prova nell’incontrare coetanei di altre città…ci si sente come una specie rara, un animale da zoo. ”vivi a Taranto? ma come fate? Quando capita di passare dalla tua città accelero con l’auto, ho paura di quelle nuvole rossastre”. Abbassi lo sguardo, cerchi di trovare qualcosa di ragionevole nella tua situazione ma è un buco nell’acqua.
Oggi è domenica, mare sole e ozio…domani si ricomincia. Fare un bel respiro e lanciarsi nuovamente nel vuoto. Nessun vittimismo, nessuna voglia di piangersi addosso…il tempo scorre ed io ho fretta. 


Come a Genova, anche a Taranto si può…

8 giugno 2010 alle 13:37 | Pubblicato su Lettere di 'Taranto libera' | Lascia un commento

di Pierfrancesco SERVIDIO

tratto da Giustitalia-Giugno 2010

Perchè protestare contro un’azienda che dà lavoro a tanti, tantissimi capofamiglia della provincia di Taranto e di province di altre regioni? Il processo è semplice: il lavoratore passa tutta la sua vita in uno stabilimento industriale ove, a fronte delle proprie prestazioni lavorative riceve in cambio un compenso monetario da, si fa per dire, investire per il sostentamento della famiglia e soprattutto dei figli ai quali ogni genitore auspica un futuro sereno e magari migliore del proprio. È il naturale evolversi della vita, la giusta scorrevolezza del processo chiamato ‘sviluppo’. Tuttavia, al giorno d’oggi questa condizione, definibile con la parola ‘stabilità’, sembra essere stata sostituita con allarmanti vocaboli quali precario, cassaintegrato e, peggio, licenziato. Il processo subisce bruscamente un blocco: l’azienda in crisi, riduce la propria produttività per far fronte alla crisi che attanaglia l’intero sistema economico mondiale, mantenendosi in vita anche a costo di vedere utili ridotti al minimo; l’operaio, quasi come una zatterra in mezzo alla tempesta, subisce il naturale ondeggiare del mare non sapendo per quanto tempo tale bufera si protrarrà e se ne uscirà mai vivo. Oggi la parola “crisi” riecheggia in tutto il globo, tanto da essere considerata una variabile economico-finanziaria mondialmente influente sulle performances di ogni attore economico. I problemi locali dunque, riproposti da questa angolazione potrebbero portare a riconsiderare le attuali politiche gestionali deliberate dall’Ilva. Se c’è crisi per tutti, deve esserci crisi anche a Taranto. Meno soldi uguale meno stipendi, un’equazione perfetta. Tale modello però, dà per scontato che l’unica variabile influente sulle tasche dei lavoratori sia quella meramente collegata all’andamento del sistema produttivo mondiale.In una economia liberale come la nostra, tutto questo per quanto non esente da errori strutturali, può essere giustificato. Ci sono problemi a Londra, New York,  Tokyo:  perchè  non  dovrebbero  esserci  problemi  a  Taranto? Tristemente, la “questione meridionale” prima e la “questione Taranto” poi, destabilizzano l’economia ionica in maniera ancor peggiore. Il problema del Sud è conosciuto e rinomato sin dal dopoguerra: il Meridione ha sempre dovuto inseguire la necessaria capacità produttiva, adattando al territorio sistemi di produzione di ricchezza obsoleti e antiquati. Un esempio tanto banale quanto efficace per esplicitare al meglio questo corollario, è quello di confrontare due maxipotenze economiche: Stati Uniti e Cina. La Cina, che si  è  sviluppata in maniera imponente negli ultimi anni, a fronte di una produttività invidiabile da qualunque Stato nel mondo, presenta notevoli problemi circa l’inquinamento ambientale, lo sfruttamento dei lavoratori, la sicurezza degli stessi. La necessità di sviluppo, in un Paese che solo qualche decennio fa era piuttosto povero, giustifica politiche sperequative prive di un vero supporto al cittadino. Produrre ad ogni costo, poi si vedrà come migliorare. Gli Stati Uniti, che hanno già superato questa “fase” della loro storia, possono permettersi, in virtù della loro ricchezza e del loro sviluppo, maggiori attenzioni verso elementi come l’ambiente, la sicurezza dei lavoratori e così via. Questo esempio su scala mondiale si può facilmente riadattare al contesto Italiano: il Nord Italia produce gran parte della propria ricchezza mediante la cessione a terzi di servizi (Milano, ad oggi, è la “capitale finanziaria” d’Italia, ad esempio) e  “coccola”  i  propri  cittadini  attraverso  il  divieto  alla  circolazione  degli autoveicoli quando alcune soglie di agenti inquinanti vengono superate. Il Sud, proprio a causa del suo continuo “arrancare”, non può permettersi di attuare politiche di questo tipo e deve subire un inquinamento perpetuo. La “questione meridionale” si può ricondurre alla “questione Taranto”: avrebbe senso vietare la circolazione degli autoveicoli a Taranto? Probabil- mente sarebbe il colmo. Non lo fanno neanche in Cina, consci del fatto che l’inquinamento deriva da altre fonti. Produrre per sopravvivere e per sviluppare al più presto altri metodi produttivi da sostituire agli attuali, questo è il dictat. Non essendo noi medici e non essendo neanche interessati a ripetere per l’ennesima volta i quantitativi di diossina, mercurio, pm10 ed IPA (Idrocrburi Policiclici Aromatici) che invadono la provincia di Taranto, vorremmo focalizzare il nostro discorso sulle questioni che riguardano gli operai dell’Ilva  a livello meramente economico. Perchè, se un dipendente porta a casa uno stipendio,ha comunque un ritorno concreto conseguente al lavoro svolto, anche se sottoposto a stress  fisico a causa della posizione lavorativa in un’area ad alto rischio tumorale. Il dipendente può mandare a scuola i figli, potrà pagar loro l’Università, potrà permettersi una macchina nuova. Qual è però il reale valore dello stipendio di un dipendente? Tutto ciò che entra mensilmente nelle tasche di un operaio riflette il reale potere d’acquisto dello stesso? A questo punto, è necessario introdurre ed esplicitare il concetto di esternalità negativa così come definita all’unanimità dagli economisti di tutto il globo: “Si ha esternalità negativa quando l’azione di un agente ha effetti indesiderati sulla funzione obiettivo di un altro agente e quest’ultimo non ha controllo su tale variabile”. In parole povere, quando il comportamento di un agente economico (ad esempio un’industria) influisce direttamente su un altro agente in maniera negativa (ad esempio l’inquinamento derivante dal processo produttivo che danneggia il lavoratore) ma questo danno non viene quantificato in termini monetari, allora si parla di esternalità negativa. I cittadini di Taranto e provincia subiscono danni continui, ma questi non sono quantificati negli stipendi degli operai! Non esiste una voce sullo stipendio che esprima la quota monetaria volta a rimborsare i danni che le aziende portano al territorio e quindi alle famiglie. Dunque, tale azione, non risulta quantificata in termini pecuniari anche se esistente.È necessario, a nostro parere, sensibilizzare le persone su questo aspetto in quanto espressione massima del danno riferibile agli aspetti economici di ogni famiglia. Le famiglie di Taranto e provincia probabilmente non sanno che parte del loro stipendio serve a finanziare una serie di costi, riferibili sia al singolo individuo sia all’intera collettività che rosicchiano in termini concreti parte del nominale stipendio ricevuto mensilmente. I costi relativi al singolo individuo si riferiscono alle spese sanitarie necessarie per curare le patologie derivanti dalla cattiva qualità dell’aria o dell’ambiente di lavoro; i costi che spettano alla collettività, invece, riguardano il necessario finanziamento di enti previdenziali, del servizio sanitario nazionale e degli altri settori economici che subiscono direttamente i danni derivanti dall’operato dell’Ilva. Tutti questi costi non vengono prelevati direttamente dalla busta paga del singolo lavoratore, ma non sfuggono neanche all’attento occhio dei professionisti cui spetta il compito di far quadrare i bilanci degli enti pubblici nelle sedi competenti. La sanità ad esempio, sempre più delegata alle regioni, dovrà attingere maggiormente in un territorio ad alto rischio ambientale come la Puglia rispetto a territori minormente esposti a patologie di questo tipo, comportando quindi, maggiori prelievi sotto forma di imposte. Più si sta male e più servono cure, più servono cure e più servono soldi per garantire un servizio di tipo assistenziale.
È un controsenso: in assenza di alternative, i cittadini devono “pagare per lavorare” anche se non se ne accorgono, cedendo parte del loro stipendio. Non è un problema insostenibile: tutti i Paesi che si sono trovati nella fase cosiddetta Medium Income  (a medio sviluppo), hanno superato questa situazione, subordinando i processi produttivi ad elevati standard ambientali volti innanzitutto a sviluppare politiche eticamente sostenibili nonchè mediante la creazione di forme di economia alternative che potessero pian piano affiancarsi ai colossi industriali, per poi gradualmente sostituirli. È un processo graduale certo, che a Taranto non ha mai preso vita portando la città e la provincia ad essere condannate a subire le fluttuazioni di un unico mercato, quello dell’acciaio dove opera l’Ilva, comportando dei rischi elevatissimi. Se al momento gli unici costi che la comunità sostiene sono quelli derivanti dalle esternalità negative esplicitate in precedenza, una ipotetica crisi specifica del settore dell’acciaio potrebbe portare il sistema industriale locale al collasso. Gli scenari al riguardo non sono rosei: storicamente, infatti, si è spesso assistito ad un utilizzo temporaneo di uno specifico materiale come fonte di energia per poi sostituirlo con elementi nuovi in virtù dei migliori benefici ad esso collegati, portando al graduale inutilizzo del precedente: il legname prima, il carbone poi, il petrolio adesso. Non di minore rilevanza il fatto cheun’economia maggiormente globalizzata premia i mercati ove il costo della manodopera risulta essere inferiore, spostando i processi produttivi verso aree terze. Fiat,  ad esempio, ha aperto stabilimenti produttivi in Polonia, danneggiando gli operai di altri centri produttivi come quello di Termini Imerese. L’errore è stato lo stesso: il sostentamento economico di quell’area era basato su un’unica azienda e quando questa ha deciso, in virtù di non opinabili politiche aziendali, di spostare i propri stabilimenti altrove è entrata in crisi e con essa tutte le famiglie dell’hinterland  siciliano. L’esperienza insegna quindi che non si deve concentrare il futuro di una comunità su un unico settore economico. Taranto, invece, sembra non considerare tali precedenti, tali conseguenze ma soprattutto le opportunità mancate. La Comunità Europea, ad esempio, ha finanziato numerose opere di bonifica del territorio in una città nei pressi di Genova – Cornigliano – che era afflitta dalle medesime problematiche vissute a Taranto. La chiusura dell’ ‘area a caldo’, unitamente alla proposta da parte delle istituzioni locali di sviluppo di forme di economia alternative ed ecocompatibili, ha permesso lo sblocco di numerosi fondi comunitari e statali che hanno rimesso a nuovo l’economia del territorio e della città (con opere di riqualificazione del tessuto urbano) senza far perdere il posto a nessuno dei 700 operai che lavoravano in quel reparto. Tali lavoratori, vennero infatti impiegati in progetti di pubblica utilità. L’azienda operante a Cornigliano, quasi per assurdo, era ed è la stessa che opera a Taranto: l’Ilva. Tutto questo dimostra che risollevare il territorio tarantino non è un’operazione impossibile e non è più rischioso di quanto lo sia già la situazione attuale. Probabilmente, ciò che manca è la presenza di giunte comunali, di qualunque colore politico, che abbiano il coraggio di portare una ventata di cambiamento e, letteralmente, di aria pulita attraverso azioni radicali. Cambiare Taranto si può.

di Pierfrancesco SERVIDIO (Laureato in Economia)

Taranto ha bisogno solo di certezze

4 marzo 2010 alle 02:39 | Pubblicato su Lettere di 'Taranto libera' | 2 commenti
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Diossina: «Oggi più che mai Taranto ha bisogno di informazioni certe e documentate»

Il comitato cittadino ‘Taranto libera’ è in disaccordo con il contenuto dell’articolo uscito sul Corriere Del Giorno di venerdì 26 febbraio con cui Ettore Raschillà fornisce “informazioni” alla città di Taranto riguardanti l’inchiesta avviata dalla magistratura sulle responsabilità dell’Ilva in merito alla presenza di diossina nei generi alimentari. In particolare vogliamo contestare questo passaggio: “Quell’impianto produce diossina, ma oltre ad essere entro i limiti imposti dalla legge non è nemmeno dello stesso tipo di quella riscontrata nelle carni degli animali esaminati”. Ricordiamo che esiste una legge regionale, la legge anti-diossina, che fissava valori di diossina entro il 2009 pari a 2,5 nanogrammi per metro cubo. Oltre a nutrire dei forti dubbi sul mantenimento di questi valori nell’arco di una intera giornata ed in maniera continuativa, essendo il monitoraggio effettuato solo per 8 ore del giorno ed in un arco di tempo ristretto nel corso dell’anno, rimarchiamo che questi valori risultano essere sempre molto elevati e che quand’anche fossero a norma di legge, non sarebbero sufficienti ad escludere la possibilità di contaminazione. Consci del pregevole operato della magistratura e certi che esperti del settore abbiano comunque preso in considerazione la possibilità che, nel caso specifico di Taranto, i diversi congeneri di diossine, accumulate nei terreni ed entrati nella catena alimentare, possano subire nel corso degli anni degradazione naturale (processi biochimici, degradazione e trasformazione) tali da trasformare un tipo di diossina in un altro, restiamo in attesa noi, come comitato cittadino, ma credo tutta la città, di ricevere informazioni certe e documentate, in merito a questo caso che assume sempre più il sapore di un giallo. Una notizia “quasi certa” non è una notizia, tanto più che Taranto, oggi, ha bisogno solo di certezze. Il Comitato cittadino ‘Taranto Libera’ sostiene la chiusura totale delle grandi industrie inquinanti e la promozione di uno sviluppo economico alternativo e pulito per la propria città. Il movimento desidera un futuro, per Taranto, senza inquinamento con una economia basata sull’ecologia e sull’energia pulita. ‘Taranto libera’ è convinta che l’unico modo per rendere compatibile il sistema industriale con salute, occupazione e ambiente è l’eliminazione totale dell’industria pesante attraverso un piano di riconversione serio e responsabile che gli Amministratori locali non sono stati ancora in grado di attuare. L’industria pesante dovrebbe sorgere a decine di chilometri dal centro abitato, per il rispetto del principio fondamentale di precauzione questo è il motivo per cui nessun sistema di abbattimento delle emissioni può essere sufficiente per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Piani di bonifica dovrebbero essere realizzati principalmente come atti indispensabili per la tutela dell’ambiente e della salute. ‘Taranto libera’ si pone, inoltre, come obiettivo il risveglio di una coscienza civile critica nei confronti della classe politica locale che ha lasciato che Taranto fosse l’unica provincia pugliese inerte ad accettare, subire ed assecondare certi servilismi di potere, lasciandosi così sfuggire occasioni di sviluppo economico e ignorando o non impiegando adeguatamente finanziamenti europei per i piani di riconversione.

Comitato cittadino ‘Taranto libera’

Gent.mi componenti del Comitato Taranto libera, pubblico volentieri la vostra puntualizzazione che è un’ulteriore, significativa testimonianza di quanto la coscienza ambientalista sia cresciuta in questa città. Per anni “riconversione” e “chiusura parziale e/o totale” dell’Ilva sono stati considerati argomenti tabù. Oggi non solo se ne parla senza temere l’isolamento ma si organizzano momenti di discussione e riflessione su come costruire alternative valide, praticabili e soprattutto ecocompatibili alla siderurgia. Insomma, si guarda a uno sviluppo che non sia sinonimo di ciminiere e sostanze tossiche in libertà. Del resto, nessuna fabbrica è eterna per cui ritengo che quella di programmare il “dopo-acciaio” sia la vera grande sfida che le classi dirigenti sono chiamate a raccogliere. Lo scenario è complesso, gli interessi in gioco molto alti e spesso in contrasto tra loro. Ma per usare un concetto caro al procuratore Franco Sebastio “salute e vita sono beni fondamentali”, priorità che non possono in alcun modo cedere il passo alle regole imposte da mercato e produzione. In questo quadro è quanto mai necessario tenere alta la guardia e svolgere un’attenta opera di controllo, informazione, sensibilizzazione. Il “Corriere” cerca di fare la sua parte, con equilibrio, dando spazio e voce alle diverse posizioni in campo: quella del lavoratore terrorizzato dall’idea di perdere un posto su cui ha investito presente e futuro; quella degli abitanti del quartiere Tamburi (e non solo) che tutti i giorni ingoiano pane e veleno; quella dei bambini di Taranto che ognuno di noi ha il dovere di proteggere perché nessuno debba o possa pensare che siano figli di un dio minore”; quella dell’Ilva che rivendica gli interventi adottati per mettere a norma gli impianti…. In questi giorni a tenere banco è l’inchiesta che la magistratura ha avviato per accertare l’origine della diossina riscontrata negli animali poi abbattuti. Nel suo articolo, frutto di informazioni ricevute da fonti ufficiali, il collega Ettore Raschillà ha messo in evidenza il fatto che, secondo la perizia effettuata dai tecnici, la diossina riscontrata negli animali non sarebbe quella emessa dal famigerato camino E312. Un particolare che non scagiona l’Ilva ma rende necessario un supplemento di indagine. Oggi, nei servizi che pubblichiamo alle pagine due e tre, viene fatta ulteriore chiarezza sulla situazione grazie ai dati forniti dall’Arpa. Insomma, la partita è aperta. E noi la seguiremo passo dopo passo. Come sempre.

Corriere Del Giorno – 3 Marzo 2010 – Pagina 19

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